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“Mi odio”. Utero in affitto, la dolorosa storia di una donna che lo ha fatto per una coppia omosessuale

Pubblicato il 24/03/2023 08:48 - Aggiornato il 28/03/2023 11:36
utero in affitto Consuelo

Si fa sempre più fitto, in Italia, il dibattito sull’utero in affitto e sulla maternità surrogata. E quel che emerge è che, partiti di sinistra a parte, che utilizzano la tematica per provare a racimolare qualche voto tra i più oltranzisti, l’intera società civile (tra cui le stesse persone di sinistra) è contraria a questa pratica. Se la storica femminista Marina Terragni ha stroncato la maternità surrogata, l’autorevole psichiatra Paolo Crepet ha distrutto l’idea dell’utero in affitto. E così, di giorno in giorno, ora anche i giornali si riempiono di storie di donne che effettivamente hanno messo a disposizione il loro utero in cambio di denaro. L’ultima storia, quella di Consuelo, una giovane donna ispanica di una 30ina d’anni, la racconta Lucetta Scaraffia. Consuelo ha partorito un figlio per una coppia di omosessuali di Chicago, e ne è ancora sconvolta. (Continua a leggere dopo la foto)
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Quando decise di accettare la proposta, Consuelo pensava che sarebbe stato facile e poco faticoso: aveva già avuto due gravidanze normali, e l’idea di potere per un po’ non lavorare fuori (fa la cameriera negli alberghi), ma stare in casa con i figli ancora piccoli le sembrava una meraviglia. Ma soprattutto le piaceva la possibilità di guadagnare facilmente bei soldini. Quanto? 15mila dollari. 15mila dollari praticamente non facendo nulla. Tanto vale l’utero in affitto. Consuelo lo ha fatto perché sapeva che quei soldi sarebbero serviti molto alla sua famiglia. Era quindi andata a parlare per proporsi a una agenzia apposita che le avevano indicato. Il contratto che le avevano fatto firmare parlava chiaro: “Per 9 mesi avrebbero avuto la possibilità di arrivare inaspettati a casa mia, per controllare se le regole di ingaggio erano rispettate”. (Continua a leggere dopo la foto)

utero in affitto Consuelo

E quali sono queste regole? Dall’alimentazione al riposo, passando per controlli medici e incontri con uno psicologo. Tutto pagato dall’agenzia. Una postilla: Consuelo non sarebbe stata libera di abortire qualora avesse cambiato idea ma, al contrario, sarebbe stata costretta a farlo se a cambiare idea fosse stata la coppia committente. Ci rendiamo conto di fronte a cosa siamo? Racconta Scaraffia che riporta la storia di questa donna, comune a tantissime altre: “Consuelo da tre mesi prima dell’inseminazione, aveva dovuto assumere dosi massicce di ormoni, per garantire l’insediamento e poi la crescita di un embrione estraneo al suo utero”. Altro dolore è venuto poi dallo spiegare ai suoi figli che quel fratellino che stava crescendo nella sua pancia non sarebbe rimasto in famiglia. (Continua a leggere dopo la foto)

Il vero affare lo ha fatto l’agenzia

Scrive Scaraffia: “Ben più difficile, anzi decisamente straziante, era stato ascoltare i primi movimenti del feto, sentire quel legame speciale che si crea fra una donna e il figlio che porta dentro, consapevole tuttavia che lui sarebbe andato a lungo in cerca del suono della sua voce, del suo odore, e lei però non ci sarebbe stata. Sapere già da ora che avrebbe dovuto separarsene: e sempre per quei 15.000 dollari. Consuelo non immaginava che sarebbe stato così doloroso. Non era come cuocere una torta nel forno per poi regalarla, come avevano voluto farle credere. Parlando con altre donne e informandosi meglio in giro, ave-va poi saputo che quei 15.000 dollari in realtà non costituivano che un quinto della somma complessiva pagata dai committenti. Molto di più era andato ad avvocati, medici, impiegati dell’agenzia: per loro sì che era stato un buon affare“.

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