
C’era una volta un ministro che urlava ai fannulloni. Si chiamava Renato Brunetta, e aveva la voce di chi è convinto di avere sempre ragione — il che, in politica italiana, è quasi un titolo di studio. Per anni, dai banchi del governo Berlusconi prima e di quello Draghi poi, aveva tuonato contro i dipendenti pubblici assenteisti, i lavativi cronici, i «furbetti del cartellino», i privilegiati dell’impiego statale. La sua crociata era talmente nota da essere diventata un genere a sé: il brunettismo, una miscela di rigore predicato e potere esercitato con entusiasmo.
Poi Brunetta è diventato presidente del CNEL. E lì, in quella tranquilla stanza della storia italiana dove i principî si siedono e si tolgono le scarpe, il paladino dell’anti-privilegio ha deciso di aumentarsi lo stipendio di 71mila euro l’anno. Con effetto retroattivo.
Benvenuti nel caso che ha fatto arrabbiare tutti: Meloni, Zangrillo, la Lega, le opposizioni, i passanti. Tutti tranne Brunetta, che per qualche ora ha sostenuto di aver fatto semplicemente il suo dovere.
Il blitz di settembre
L’11 settembre 2025, l’Ufficio di Presidenza del CNEL — guidato da Brunetta e composto da persone nominate da Brunetta — delibera un adeguamento dei compensi dei vertici. La base giuridica è una sentenza della Corte Costituzionale del luglio 2025 che ha dichiarato incostituzionale il tetto agli stipendi pubblici fissato a 240mila euro. La sentenza, tecnicamente, riguardava tutti gli organi costituzionali. Il CNEL l’ha applicata con una rapidità che, se fosse stata dedicata a qualunque altra pratica amministrativa italiana, avrebbe risolto il problema delle code all’INPS. Il provvedimento viene ratificato dal segretario generale a fine ottobre.
Il 6 novembre il quotidiano Domani pubblica la notizia: il CNEL ha aumentato gli stipendi dei suoi vertici. Il presidente Brunetta passa da 240mila a 311mila euro l’anno. I consiglieri e lo staff ricevono incrementi per un totale di circa un milione e mezzo di euro complessivo. Tutto legittimo, tutto silenzioso, tutto perfettamente tempestivo.
Il problema — come Brunetta avrebbe dovuto sapere meglio di chiunque altro, avendo trascorso decenni a spiegare agli altri come funziona l’opportunità politica — è che «legittimo» e «opportuno» sono due cose diverse. E che novembre 2025 non era esattamente il momento migliore per aumentarsi lo stipendio: il Parlamento stava discutendo una manovra finanziaria criticata da tutti per la mancanza di risorse per il ceto medio, i salari italiani restavano tra i più bassi d’Europa, e il salario minimo era ancora un tema aperto — tema su cui il CNEL, sotto la guida di Brunetta, aveva sistematicamente
prodotto pareri contrari.
Zangrillo alza la voce
Paolo Zangrillo, ministro per la Pubblica Amministrazione, non è un uomo che urla. Non è Brunetta. Eppure, quando scoppia il caso CNEL, Zangrillo si fa sentire. E lo fa con una chiarezza che raramente si ascolta in un ministero italiano. «Vorrei essere chiaro: non c’è nessuno che sia autorizzato ad alzarsi lo stipendio per il fatto che non esiste più il tetto.»
Una frase sola. Senza subordinate, senza distinguo, senza la classica formula del «da un lato… dall’altro». Il messaggio è diretto: quello che ha fatto Brunetta non va bene. Punto.
Ma Zangrillo non si ferma alla dichiarazione. Nei giorni successivi, mentre il caso brucia sui giornali e Brunetta tenta la difesa d’ufficio sostenendo di aver «semplicemente applicato la sentenza», il ministro lavora a una circolare destinata a tutte le pubbliche amministrazioni: stop agli adeguamenti salariali, in attesa di nuovi criteri normativi. Solo dodici figure apicali — i vertici delle forze armate, dei carabinieri, della polizia, della protezione civile — potranno eventualmente rivedere i propri compensi. Gli altri aspettano. Il messaggio istituzionale è inequivocabile: la sentenza della Consulta non è un bancomat. E
il CNEL non è un’eccezione.
La retromarcia del rigore
La mattina del 7 novembre il CNEL diffonde una nota in cui rivendica «la condotta di assoluta regolarità e legittimità» dell’operazione. Un comunicato difensivo, scritto con il tono di chi è convinto di avere ragione ma inizia ad avere qualche dubbio sul timing.
Nel pomeriggio arriva l’irritazione di Meloni. Non una dichiarazione ufficiale: una «irritazione
che trapela da ambienti di Palazzo Chigi». In italiano politico, è equivalente a una telefonata
molto seria.
In serata, Brunetta annuncia la retromarcia. La revoca dell’aumento è «con effetto immediato». La motivazione è un capolavoro del genere: «Non voglio in alcun modo che dall’applicazione legittima di una giusta sentenza della Corte Costituzionale derivino strumentalizzazioni in grado di danneggiare la credibilità dell’istituzione che presiedo.»
Traduzione: ho fatto una cosa legittima, ma siccome nessuno è contento, la disfaccio. Per tutelare il prestigio del CNEL. Il prestigio del CNEL. Un organo che Brunetta stesso, in un momento di sincerità ormai lontano, aveva definito «un peso inutile». E che Renzi, con consueta puntualità, ha ricordato di aver voluto abolire con il referendum del 2016 — referendum a cui Brunetta aveva votato no.
Chi era il castigatore
Brunetta è l’uomo che da ministro della Funzione pubblica nei governi Berlusconi coniò l’espressione «fannulloni» per i dipendenti pubblici assenteisti, trasformandola in una battaglia politica trasversale. È quello che durante un comizio a Mira, in provincia di Venezia, disse a un lavoratore che si avvicinava al palco per fare una domanda: «Cosa mi chiedi? Sei un dipendente? Cosa cazzo parli allora?» Aggiungendo poi, per completare il quadro democratico: «Il microfono l’ho io e quindi comando io.»
È l’economista che si è opposto per anni all’introduzione del salario minimo, definendo i 9 euro l’ora proposti «una misura che fa male agli stipendi». È il presidente del CNEL che ha incaricato il suo organo di elaborare una controproposta al salario minimo — una controproposta che il governo ha usato per non introdurlo.
Ed è lo stesso uomo che, il 6 novembre 2025, si è alzato lo stipendio di 71mila euro in piena autonomia, con effetto retroattivo, senza avvisare.
Zangrillo e la lezione della coerenza
In tutta la vicenda, Zangrillo ha fatto una cosa che in politica è rara: ha detto la stessa cosa prima e dopo. Prima del caso CNEL, aveva già avvisato pubblicamente le amministrazioni di non correre ad adeguare i compensi dopo la sentenza della Consulta. Dopo il caso CNEL, ha ribadito esattamente la stessa posizione, senza cambiare una virgola.
Non ha salvato Brunetta. Non ha trovato attenuanti. Non ha evocato la complessità del quadro normativo. Ha semplicemente ricordato che esistono delle regole, che quelle regole valgono per tutti, e che una sentenza della Corte Costituzionale non autorizza nessuno prima che il legislatore abbia definito nuovi criteri. È una posizione banale, nel senso più nobile del termine: così ovvia che ci vuole coraggio a dirla quando il destinatario è un ex ministro del proprio schieramento politico, nominato presidente di un organo costituzionale dal governo di cui fai parte. La circolare di Zangrillo ha chiuso il caso sul piano pratico. Sul piano simbolico, lo ha aperto: ha certificato che non esiste una categoria di dirigenti pubblici che non rispondono a nessuno del loro operato.
Epilogo al CNEL
Il CNEL esiste dal 1948. È citato nell’articolo 99 della Costituzione. Ha sede in un palazzo splendido sull’Appia Antica. Produce pareri, ricerche, rapporti sul mercato del lavoro. Nessuno riesce a spiegare con precisione a cosa serva, ma costa — tra personale, sede, attività — circa 25 milioni di euro l’anno. Brunetta ne è presidente dal 2023. È stato nominato dal governo Meloni su proposta di Forza Italia. Il suo mandato dura fino al 2029. Dopo il caso degli stipendi, il CNEL ha pubblicato una nota in cui precisava di operare «nell’esclusivo interesse del Paese». Pochi giorni dopo, Brunetta ha tenuto una conferenza stampa in cui ha illustrato le attività dell’organo per il 2025. Tutto regolare. Tutto come prima. L’unica cosa cambiata è lo stipendio. Che è tornato a 240mila euro.
