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Pensioni a rischio, rosso nei conti Inps. L’allarme: “Divario enorme tra entrate e uscite”. Cosa sta succedendo

Pubblicato il 10/05/2023 20:01 - Aggiornato il 12/05/2023 13:36

Nei conti dell’Inps del 2023 sta prendendo forma un buco dalle dimensioni preoccupanti. Come preoccupanti sono le parole del presidente dell’Inps appena “commissariato”, Pasquale Tridico, nel corso di un convegno sulle disuguaglianze salariali: “Scontiamo già quest’anno un gap di 22 miliardi a fronte di un esborso deciso con la legge di bilancio e di mancati incassi contributivi. Per quanto tempo possiamo permetterci questo accumulo di gap?”. A creare il buco è l’inflazione, rispetto alla quale sono indicizzate le pensioni. In sostanza, la criticità è determinata da fatto che la rivalutazione delle pensioni rispetto all’inflazione aumenta la spesa dell’Istituto di previdenza, mentre i salari rimangono fermi e di conseguenza, non crescendo essi, non crescono i contributi pagati. All'”esborso” di 22 miliardi per la perequazione delle pensioni non è corrisposto lo stesso incremento delle entrate contributive, dunque, per mancanza di un’analoga indicizzazione delle retribuzione. Tridico ha, pertanto, ribadito la necessità di introdurre nel nostro Paese un salario minimo, “misura che salvaguarderebbe almeno le fasce con i redditi più bassi”, adeguandosi anch’esso all’aumento dei prezzi. Nella media del primo trimestre del 2023, nonostante il progressivo rallentamento della crescita dei prezzi, la differenza tra la dinamica dell’inflazione e quella delle retribuzioni contrattuali, secondo gli ultimi dati pubblicati dall’Istat, rimane superiore ai sette punti percentuali. (Continua a leggere dopo la foto)
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Dunque, le ricerche presentate ieri hanno fotografato un Paese nel quale cresce la disuguaglianza salariale tra giovani e anziani: tra le paghe di giovani e anziani il gap è aumentato del 19% tra il 1985 e il 2019, nonostante l’età media si sia significativamente alzata da 35,8 a 42,7 anni, secondo i dati Istat che vengono riportati da Il Sole 24 Ore. Frattanto, è scontro alla Camera su “Opzione donna”: non ha superato il voto dell’Aula il ripristino di Opzione donna integrale, come chiesto delle opposizioni. Dunque, sì “a specifiche iniziative per a contrastare il divario pensionistico di genere, attestato dai dati sull’andamento delle pensioni erogate dall’Inps”, come indicato dalla risoluzione della maggioranza, ma niente rilancio della via d’uscita generalizzata per le lavoratrici con 58-59 anni di età e 35 di contributi che accettino, però, il calcolo interamente contributivo dell’assegno. ll problema, fatto presente dalle forze di maggioranza, è che Opzione donna nella versione più larga significherebbe dover trovare ulteriori, ingenti risorse. (Continua a leggere dopo la foto)
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Invece, è la tesi sostenuta, limitando la formula alla sua attuale connotazione, prevista per le lavoratrici disoccupate, invalide, cargiver, le domande sono destinate a arrivare al massimo a cinquecento a fine anno.

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