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Nel Recovery Plan “green” di Draghi ci finiscono anche le armi? La denuncia

“Quando abbiamo letto le relazioni approvate in questi giorni dal Parlamento, ci siamo accorti che non solo le nostre proposte per il disarmo e la conversione dell’industria bellica coi fondi del Recovery Plan non erano state prese in considerazione, ma che nelle richieste del Parlamento era stata inserita anche quella di finanziare, coi fondi europei, il potenziamento e l’ammodernamento dello strumento militare, che è un modo per dire che saranno investiti più soldi sulla spesa militare”. A parlare e a denunciare il tutto a TPI è Francesco Vignarca, Coordinatore Campagne della Rete Italiana Pace e Disarmo, che insieme a Sergio Bassoli nel 2020 ha ricevuto il Premio Nazionale Nonviolenza proprio per il lavoro della Rete. (Continua a leggere dopo la foto)

Dall’articolo di Anna Ditta si scopre così che una parte dei fondi del Recovery Plan (Piano nazionale di ripresa e resilienza, PNRR) potrebbe essere destinata all’industria delle armi, come emerge dalla lettura delle relazioni sul piano approvate in questi giorni dalle commissioni competenti alla Camera e al Senato. “La posizione della commissione alla Camera, dove la relazione è stata approvata all’unanimità dalle forze di maggioranza (con l’eccezione di Leu, che non ha rappresentanti in commissione Difesa), rispecchia in pieno quella del governo, come ha confermato anche il sottosegretario alla Difesa, Giorgio Mulé. (Continua a leggere dopo la foto)

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Nel testo approvato dalla Camera si legge la raccomandazione a “incrementare, considerata la centralità del quadrante mediterraneo, la capacità militare dando piena attuazione ai programmi di specifico interesse volti a sostenere l’ammodernamento e il rinnovamento dello strumento militare, promuovendo l’attività di ricerca e di sviluppo delle nuove tecnologie e dei materiali, anche in favore degli obiettivi che favoriscano la transizione ecologica, contribuendo al necessario sostegno dello strategico settore industriale e al mantenimento di adeguati livelli occupazionali nel comparto”. (Continua a leggere dopo la foto)

La relazione del Senato sottolinea invece che “occorre, inoltre, promuovere una visione organica del settore della Difesa, in grado di dialogare con la filiera industriale coinvolta, in un’ottica di collaborazione con le realtà industriali nazionali, think tank e centri di ricerca”. Dalla Rete Italiana Pace e Disarmo, i riferimenti all’industria militare contenuti nelle relazioni sul Recovery Plan vengono visti come “un tentativo di greenwashing, di lavaggio verde, dell’industria delle armi”, che il gruppo di attivisti “stigmatizza e rigetta. Anche se green le bombe sono sempre strumenti di morte, non portano sviluppo, non producono utili, non garantiscono futuro”, si legge nel comunicato diffuso dall’associazione.

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