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Individuato il nesso tra il Parkinson e il famoso prodotto chimico: “Rischio più alto del 70%”. Lo studio

Pubblicato il 22/05/2023 21:48 - Aggiornato il 22/05/2023 21:49

In Pochi sanno cosa sia il tricloroetilene (TCE) eppure quasi tutti, anche se non ce l’hanno in casa, sanno cosa è la trielina, il nome con cui è diffuso il composto chimico utilizzato tipicamente per sgrassare i metalli, per il lavaggio a secco e per altri usi industriali. Ebbene, il nostro consiglio è di sbarazzarvene al più presto. La rivista Jama Neurology, la più accreditata per quanto riguarda gli studi neurologici, attraverso uno studio effettuato su oltre trecentomila veterani di guerra statunitensi, ha cristallizzato un rischio più elevato – addirittura in termini del 70% – di sviluppare il morbo di Parkinson a seguito del contatto con la sostanza. Già la trielina era stata associata, e da tempo, per la sua elevata tossicità, a rischi cancerogeni e ad aborti spontanei, tanto che ne fu vietato l’uso nell’industria alimentare e farmaceutica. Ora, la nuova ricerca ha messo in relazione l’esposizione, spesso inconsapevole, a questo prodotto chimico con l’aumento globale nelle patologie dello spettro parkinsoniano, più che raddoppiate negli ultimi trent’anni. “Milioni di persone in tutto il mondo sono state e continuano ad essere esposte a questo onnipresente contaminante ambientale”, si può leggere nel Journal of Parkinson’s Disease pubblicato da Jama Neurology. (Continua a leggere dopo la foto)
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La ricerca

Sui trecentoquarantamila veterani è stato dunque rilevato questo aumento del 70% del rischio della malattia neurodegenerativa, essenzialmente in coloro che avessero prestato servizio, per almeno tre mesi, nel campo base del Corpo dei Marines di Lejeune, in Carolina del Nord, tra il 1975 e il 1985: allorché si scoprì che l’acqua potabile, e in particolare l’acqua dell’impianto di trattamento di Hadnot Point, era contaminata dal tricloroetilene e altre sostanze chimiche dannose, tra cui percloroetilene (PCE), benzene e cloruro di vinile. Una volta penetrato nel suolo e nelle acque sotterranee, il tricloroetilene può persistere per decenni prima di essere smaltito e, inoltre, il tempo che intercorre tra l’esposizione e l’insorgenza della malattia può essere di decenni acnh’esso, come sottolineano gli autori dello studio: “Riteniamo che vi sia uno scarto temporale fino a 40 anni tra l’esposizione al solvente e l’inizio della malattia”. Nel caso della base dei Marines, la trielina era penetrata nel sistema dell’acqua potabile attraverso “perdite di serbatoi di stoccaggio sotterranei, fuoriuscite di aree industriali e siti di smaltimento rifiuti”, come ricostruì all’epoca l’Agenzia per le sostanze tossiche e il registro delle malattie (ATSDR) degli Stati Uniti e come leggiamo su Affaritaliani. “Questo nuovo studio fornisce la prima prova basata sulla popolazione a sostegno dell’ipotesi che il tricloroetilene possa causare il Parkinson, aggiungendosi alle prove ben documentate che il tricloroetilene è anche cancerogeno” ha affermato la dottoressa Natasha Fothergill-Misbah dell’Università di Newcastle. (Continua a leggere dopo la foto)
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Gli altri studi

In realtà, diversi studi precedenti già avevano collegato un maggior rischio Parkinson a fattori solo in parte genetici, ma anzitutto ambientali, quali appunto l’esposizione a sostanze chimiche pericolose. Va detto che, al di là del rischio Parkinson, la tossicità della trielina è comunque nota da molto tempo, eppure è tuttora venduta in alcuni negozi di ferramenta. Quanto meno se ne sconsiglia l’uso senza indossare mascherina, guanti e occhiali protettivi, ma non crediamo che basti. Per concludere, ecco un passaggio estrapolato dalla ricerca in questione: “Sebbene l’uso domestico sia diminuito, dal 1990 l’esposizione professionale al tricloroetilene è aumentata del 30% in tutto il mondo”. Già in uno studio analogo su 198 gemelli, condotto nel 2011, quelli esposti al tricloroetilene avevano dimostrato una probabilità cinque volte maggiore di sviluppare il morbo di Parkinson.

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