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Gestione emergenza, tanti nomi, un unico flop: ecco l’Armata Brancaleone schierata dal governo italiano

Aveva promesso risposte rapide, decise, per affrontare a testa alta una crisi senza precedenti. Invece, il governo sta dando un’impressione ben diversa da quella della corazzata tratteggiata più volte a parole. Piuttosto, un’armata Brancaleone che si muove a casaccio, tra imprevisti, litigi e un’ormai appurata inefficienza di fondo. Quaranta giorni dopo l’inizio dell’emergenza coronavirus, l’impressione è che nella stanza dei bottoni gli adulti siano fuggiti, lasciando in mano ai bambini la gestione di passaggi che sarebbero in realtà delicatissimi. Affrontati con una confusione ingiustificabile fin dall’inizio.

Tanti nomi, un unico flop (clamoroso): ecco l'Armata Brancaleone schierata dal governo italiano

Non ha funzionato la gestione della protezione civile. Non ha funzionato il coordinamento con le Regioni, passaggio quest’ultimo evidenziato per l’ennesima volta dal caos riaperture: librerie con le saracinesche alzate in alcune zone, chiuse in altre. Il tutto mentre la comunicazione si muove nevrotica tra una diretta e l’altra, i soldi agli italiani bloccati a casa arrivano tra mille fatiche, quando arrivano, e l’emergenza sanitaria non può ancora contare su una distribuzione efficace dei materiali. A continuare è però, nel frattempo, il ballo dei commissari, dei manager, degli esperti. Borrelli è stato ormai accantonato, ridotto a un ruolo da parafulmine o poco più. Spazio ora alla squadra scelta dal ministro Speranza e capeggiata da Domenico Arcuri, ad di Invitalia, incaricato di selezionare le aziende adatte per riconvertirsi alla produzione di mascherine, bene quanto mai prezioso. La partenza, francamente, non è sembrata delle migliori, per usare un eufemismo.

Tanti nomi, un unico flop (clamoroso): ecco l'Armata Brancaleone schierata dal governo italiano

In attesa che qualcosa si muova, infatti, è notizia di queste ore che l’Ordine dei medici della provincia di Cuneo si è trovato a procedere in autonomia all’acquisto di mascherine dalla Cina, sfruttando l’aiuto di privati e associazioni. Migliaia di FFP2, nello specifico, quelle che proteggono sia il paziente sia chi lo visita. “Non potevamo aspettare ancora” è stato il commento, piuttosto amareggiato. Accompagnato dalle segnalazioni di cittadini che continuano a non trovare protezioni nelle farmacie. E parliamo soltanto di mascherine, il bene primario che andrebbe distribuito a ogni famiglia, non certo di strumentazioni particolari.

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Un flop che ha molti nomi alle spalle. Massimo Paolucci, capo della segreteria politica dello stesso ministro Speranza, dalemiano doc e incaricato di supportare le questioni strategiche. L’ex subcommissario per il disavanzo sanitario della Calabria Andrea Urbani, oggi direttore generale della programmazione sanitaria del ministero della Salute, scelto per analizzare le criticità. Il manager di Invitalia Roberto Rizzardo a gestire acquisti e contratti. Gabriella Forte, nel consiglio di amministrazione della Banca del Mezzogiorno, e Federica Zaino, segretaria particolare di Speranza, in ruoli di supporto e coordinamento.

Il risultato? L’Italia non ha ancora nemmeno una fotografia chiara, nitida, delle scorte a disposizione delle varie Regioni. Il clamoroso buco nell’acqua di un team che pure si muove con pieni poteri e potendo godere dell’immunità funzionale, potendo disporre spese senza dover rispondere alla Corte dei Conti. E allora viene da chiederselo ancora una volta: è rimasto almeno un adulto nella stanza dei bottoni?

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Nomine, si va verso la riconferma di tutti (o quasi): e meno male che questo governo doveva cambiare l’Italia…