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“Un grande spazio elettorale per i No Draghi”

di Alessio Mannino.


“Il governo del sistema dà una enorme chance a chi è contro il sistema, è ovvio”. Tanto ovvio da poter essere solo sussurato, all’alba dell’Era Draghista, per non guastare il clima da unione sacra che avvolge la politica italiana sotto scopa dei tecnorati. “Figuriamoci, il dato emergerà. Ma di qui a fare considerazioni scomode, diciamo, ce ne passa”. A parlarci è un sondaggista che sforna report per un grande quotidiano nazionale, che preferisce omettere il proprio nome.

La Grande Ammucchiata che sostiene il governo di Mario Draghi, spiega, “produrrà un fisiologico recul, uno spazio di scontenti che data la disoccupazione post-pandemica saranno milioni, con due opzioni alternative: o si abbandoneranno all’astensione, oppure cercheranno una forza che li rappresenti. E si parla non di un futuro lontano, ma molto probabilmente già dell’anno prossimo, quando Draghi traslocherà da Palazzo Chigi al Quirinale. La maggioranza che lo eleggerà, del resto, ce l’ha già”.

Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, sventolando il vessillo della “coerenza”, si è posizionata proprio nel campo dei non allineati. O così almeno sembra. “Ma quale coerenza. La Meloni sta semplicemente facendo il giochetto tattico di presidiare gli irriducibili a destra. Ma al voto dovrà per forza riunirsi all’alleato naturale, la Lega, con cui rivaleggia per il predominio interno al centrodestra. E’ una commedia delle parti, fra un Salvini che è tornato determinante e può rassicurare le associazioni di categoria del Nord, imbambolate dalla mitologia dei cosiddetti tecnici e dall’aura religiosa che avvolge Draghi, e una Giorgia che copre più il Sud e fa il pieno tra le fasce più deboli, quelle che tradizionalmente votano la destra un tempo chiamata sociale. Ma in realtà, la Meloni sta virando giorno dopo giorno verso un conservatorismo da Partito Popolare Europeo, una specie di Partido Popular spagnolo in salsa nostrana”. Come dire: altro che cristallina minoranza, Fd’I è una sorta di stampella della maggioranza sotto mentite spoglie, per accalappiare e mettere al sicuro il malcontento a destra della Lega.  

E allora, la finestra d’opportunità per un’opposizione al Pus, il Partito Unico del Sistema, dove si aprirebbe? Secondo l’esperto di flusso elettorali non ha un luogo circoscrivibile: “E’ senz’altro trasversale, forse con un’accentuazione a sinistra ma solo perchè su quel lato è più scoperto. Ed è logico: nel momento in cui si vuole accontentare tutti mettendo tutti dentro, non si accontenta mai davvero nessuno, e men che meno chi ha più da perdere nell’abbraccio universale. Questo governo ricrea la sensazione, che non si avvertiva così palesemente da vari anni a questa parte, di una rinnovata Casta che si autotutela, che fa, disfa e briga a prescindere dalle scelte dei cittadini alle urne. Il sentimento anti-casta, o anti-élite che dir si voglia, se sul momento può dirsi in sonno per l’emergenza del Coronavirus e l’ingabbiamento domestico (e psicologico) a cui siamo sottoposti, tornerà alla superficie perchè il cittadino impoverito vorrà prendersela con i responsabili di ciò che non andrà per il verso giusto. E i responsabili saranno, a quel punto, praticamente tutti”.

A rimetterci di più, naturalmente, sarà il Movimento 5 Stelle che sulla lotta alle oligarchie partitiche e finanziarie aveva basato il suo straordinario successo. “Devo in parte correggerla: gli elettori dei 5 Stelle non vanno confusi con gli attivisti, e a dirla tutta anche tra gli attivisti ci sono da fare delle distinzioni. La massa di coloro che li votarono nel 2013 e nel 2018, sostanzialmente premiando il carisma messianico di Beppe Grillo e la carica di novità e freschezza di volti nuovi venuti su dal niente, lo fecero convinti di azzerare la partitocrazia, o almeno darle una lezione. La finanza, intesa come blocco di potere che determina le scelte politiche attraverso il voto dei mercati, non è mai stata davvero focalizzata dall’italiano medio come un problema. Troppo vaga, troppo anonima, troppo sfuggente per essere presa a bersaglio e fatta entrare fra gli elementi di scontro”. 

E infatti Draghi, uno che per tutta la vita è stato al servizio delle istituzioni a supporto della finanza, in primis Banca d’Italia, è considerato un asettico commis d’état, un funzionario avulso da interessi particolari, come se i tecnici non siano invece portatori ed esecutori di un pensiero ben preciso, quello che privilegia i profitti di mercato sul bene pubblico. “Precisamente. Non c’è alcuna contezza, a livello popolare, della natura di parte, socialmente e ideologicamente di parte, di tutta la schiera di dirigenti, manager o anche di responsabili di think thank o fondazioni che formano la tecnocrazia, lo Stato Profondo che non cambia con i governi ma resta in sella a presiedere alle decisioni”. E, aggiungiamo, a muovere non qualche milione ma i miliardi, attraverso le aziende partecipate dallo Stato o tramite gli uffici ministeriali. E’ qui che il Movimento di Grillo ha fallito, in realtà? “Non sono esperto del ramo, ma sicuramente una forza politica che passa dall’incarnare una confusa ma fortissima ribellione contro la Casta e finisce con l’appoggiare la Casta più casta di tutte, quella dei mandarini più o meno dietro le quinte, non ha capito, o non ha voluto capire, il piano della contesa. Posso solo dire, guardando ai numeri negli anni, che il votante medio dei 5 Stelle questo non lo ha compreso di certo. E non lo ha compreso nemmeno una parte significativa dei suoi militanti”. 

Il 40% di no sulla piattaforma Rousseau parrebbe indicare che una robusta minoranza di grillini consapevoli esiste, però. “Sì, ma stiamo parlando di poche decine di migliaia di persone, che proiettate sull’elettorato non vanno moltiplicate poi di tanto, perchè prive di organizzazione e referenti noti, specie dopo l’auto-confinamento in panchina (non un addio, secondo me) di Di Battista. A meno che non succeda qualcosa di nuovo”. Ovvero? “Ovvero che nella prossima campagna elettorale si presenti almeno un soggetto credibile che impugni la bandiera anti-sistema. Ecco allora che il bisogno latente di un’opposizione avrebbe davanti a sè non dico praterie, ma sicuramente un campo molto vasto. Però servirebbe un riferimento riconosciuto, noto, una rete sul territorio, una visibilità sui media, insomma l’armamentario necessario per colpire l’obiettivo. Soprattutto, a pesare sarà l’autorevolezza personale, perchè ormai i cittadini danno fiducia alle persone, meno ai loghi e meno ancora ai partiti”.

Numericamente, di quali percentuali stiamo parlando? “Difficile dirlo, oggi. Azzardo, ma neanche troppo, che sia fattibile una a 2 cifre. Ma dipende tutto da chi e come gestirà l’eventuale fronte anti-Draghi. I tempi della politica attuale sono acceleratissimi. Quel che darei per certo, ripeto, è che l’unanimità di oggi crea i presupposti di un largo dissenso domani. Viviamo in un’epoca di regolare imprevedibilità. Vince chi sa sfruttare l’occasione al momento giusto”.  

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