in

Tutte le ombre della “Netflix italiana”

di Alessandro Trigona

«La strada dell’inferno è lastricata di buone intenzioni» è una costante della politica italiana, un modo di riuscire a tradurre tuttoin occasione di trame e intrighi. Così sembra dover essere anche per la fantomatica Netflix della cultura italiana, ITsART, messa in piedi dall’attuale ministro per i Beni e la Attività Culturali, Dario Franceschini.

A fronte delle sbandierate buone intenzioni, per altro condivisibili, Italexit con Paragone non può, nell’interesse stesso dell’arte e della cultura italiana, che esprimere la propria perplessità a riguardo. Dubbi alimentati dalla stessa lettura di un’interessante rassegna stampa che, a riguardo, si è andata stratificando negli ultimi mesi. 

Il 2 dicembre, Marco Molendini, infatti, sul quotidiano Il Dubbio, si chiede del «perché il governo si sia dimenticato diRaiPlay?». Proseguono poi, il 3 dicembre, sul Manifesto,Giovanna Branca e Cristina Piccino che titolano un loro sarcastico articolo con “La ‘Netflix della cultura’ nel paese dei balocchi”. Il 4 dicembre è, su Domani, Giovanna Faggionato asentenziare che «La Netflix di Stato è un bluff che serve solo a Franceschini». Il 7 dicembre Tomaso Montanari, sul Fatto Quotidiano, bolla l’iniziativa come «il nuovo gioco della politica», tornando a interrogarsi sul perché non sia stata coinvolta RaiPlay. Stessa domanda si pone Aldo Grasso, l’11 dicembre, sul Corriere della Sera. Il 12 dicembre sulla Stampa, Michela Tamburrino riporta delle voci interne RAI stupite del fatto che la RAI si stata in qualche modo esclusa dall’iniziativa. «Questa piattaforma non s’ha da fare» dichiara, invece, lapidario Vincenzo Vita sul Manifesto del 9 dicembre. Il 17 dicembre, Carlo Valentini, invece, su Italia Oggi, titola un articolo con “Il Netflix della cultura del ministro Dario Franceschini bocciato senza appello dagli operatori del settore”. Sulla Verità, il 21 dicembre, è il consigliere RAI Giampaolo Rossi ad accusare il Ministero di aver considerato la Rai «accessoria», quando invece avrebbe dovuto essere un «elemento centrale» per chi volesse davverovalorizzare la cultura italiana. Rai che, si ricorda, è e rimane servizio pubblico. Del resto già il 27 ottobre, Luciano Capone e Carlo Stagnaro, sulle colonne del Foglio, avevano ricordato che «la Netflix italiana già esiste: si chiama Rai». (Continua dopo la foto)

Nel tentativo di chiarire la questione, Chili ha dichiarato di aver «partecipato nel mese di agosto 2020 ad una gara insieme agli altri principali players di mercato – pubblici e privati, italiani e non – per costituire una joint-venture (JV) con CDP, la cosiddetta “Piattaforma della Cultura”». In verità non sembrerebbe esistere la minima evidenza pubblica di questa presunta “gara” che sarebbe stata promossa da Cassa Depositi e Prestiti (CDP). 

Nel comunicato stampa ufficiale del 3 dicembre, la CDP, infatti, non avrebbe mai parlato di “gara”, bensì di «procedura competitiva aperta» non chiarendo il fatto se si sia trattato di un “beauty contest” ad inviti, manifestato a soggetti con caratteristiche predefinite, e non specificando quali fossero stati gli altri eventuali “competitor”, tanto meno precisando quale potesse essere stato il possibile, ipotetico  vantaggio competitivo identificato in Chili.

C’è appunto da rimanere interdetti. Leggendosi, inoltre, le carte si apprende che per l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM) (dossier numero C12346): «l’Operazione costituisce una concentrazione ai sensi dell’art. 5, comma 1, lett. c, della legge n. 287/90, nella misura in cui realizza la costituzione di un’impresa comune soggetta al controllo congiunto delle parti»; le “parti” sono Cassa depositi e prestiti S.p.A. (partecipante a impresa comune) e Chili S.p.A. (partecipante a impresa comune), nella ragione del 51% il primo (510.000 euro) e del 49% il secondo con un apporto economico di 490.000 euro. (Continua dopo la foto)

A scanso di equivoci e di sospetti, Chili, comunque, si è sentita in obbligo di precisare che «i 10 milioni di euro approvati dal Parlamento» saranno trasferiti dal MiBACT a CDP per la realizzazione della “joint-venture” e non saranno versati in Chili e che essa, «al contrario», contribuirà investendo 9 milioni di euro, «includendo tecnologia, cassa e competenze del management». 

È utile sapere, e qui Italexit lo ricorda, che Chili è sotto il controllo di Negentropy, società fondata da Ferruccio Ferrara, con sede a Londra, e dai fondi di investimento gestiti dalla stessa. La società è affidata, fin dal 2012, alla gestione di Giorgio Tacchia, fondatore, CEO e presidente del CdA. Azionista di minoranza è, invece, il cofondatore Stefano Parisi, che dal 2016 non ha ruoli operativi nella società e che, il 17 dicembre, ha“lasciato la politica” (Comune di Milano e Regione Lazio) per tornare a fare appunto l’imprenditore.

Entrando nelle operatività della struttura, il Consiglio di Amministrazione è formato dal presidente è Antonio Garelli(classe 1985) e dai consiglieri Sabrina Fiorino (1975), Antonio Caccavale  (1983), Ferruccio Ferrara (1962), Giano Biagini (1978). Presidente del Collegio Sindacale è stato nominato Roberto De Martino. Come società di revisione è stata designata Deloitte & Touche. 

Tutto chiaro? No. Affatto. Tutto rimane, a torto o a ragione, avvolto, immerso in un’indefinita nebbiolina dove a pensare male si fa peccato, ma raramente si sbaglia. Servirebbe maggiore chiarezza, maggiore trasparenza nell’interesse stesso di un Paese già fin troppo stremato dal COVID e provato dalle discutibili politiche di contrasto alla pandemia messe in campo dal governo. Di giochi, giocherelli, trame e intrecci se ne farebbe volentieri a meno. (Continua dopo la foto)

Augurando, comunque, un buon lavoro alle persone interessate, qui citate, Italexit si pone come attento osservatore, ritenendoprioritario, fondamentale, nella sua stessa ragione di essere,valorizzare il patrimonio artistico culturale del Paese.

Un patrimonio che non è solo costituito da opere d’arte e monumenti del passato ma da persone, uomini e donne, che quotidianamente, nel presente, vivono l’arte, la cultura, tutelandola, valorizzandola, arricchendola con il proprio lavoro, la propria passione, generando anche nuove opere, nuove interpretazioni che aiutano a rendere ancora più grande la letteratura, il cinema, l’audiovisivo, il teatro, la musica, l’arte figurativa, la danza italiana del XXI secolo.

Anche le palestre sfidano il governo: “Il 15 gennaio restiamo tutti aperti”

La protesta dilaga anche in Svizzera: ristoranti e negozi aperti per sfidare le restrizioni