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La sistematica distruzione della scuola

di Gilberto Trombetta.

La ministra Lucia Azzolina in un’intervista al Corriere della Sera ha dichiarato orgogliosa che «la scuola ha fatto in pochi mesi ciò che non fatto in 20 anni».

Effettivamente bisogna darle ragione.

Nonostante tutto, la scuola italiana così in basso non era ancora mai caduta.

Nonostante anni di tagli orizzontali indiscriminati. I cui danni già erano insostenibili.

Come il progressivo impoverimento lessicale che, numeri discordanti a parte, trova d’accordo e contrariati un grande numero di addetti ai lavori. 

Perché come ci ricordava Heidegger «riusciamo a pensare limitatamente alle parole di cui disponiamo, perché non riusciamo ad avere pensieri a cui non corrisponde una parola. Le parole non sono strumenti per esprimere il pensiero, al contrario sono condizioni per poter pensare».

L’Italia è il Paese che spende di meno dopo la Grecia per l’istruzione tra tutti i 37 che fanno parte dell’OCSE. 

Il 7,3% del PIL contro una media del 10,8%. Media che è del 9,6% del PIL per quanto riguarda i Paesi UE.

Spesa pubblica che nonostante fosse la più bassa nel 2005 (l’8,1% del PIL contro una media OCSE dell’11,6% e UE del 10,6%) è stata negli anni progressivamente tagliata fino a scendere al 7,3% circa del 2017. 

Vuole dire che in Italia la spesa pubblica per l’istruzione è stata tagliata di un decimo (-9,8%) tra il 2005 e il 2017. 

A questo bisogna aggiungere che in Italia, fra settembre 2018 e luglio 2019, ci sono stati episodi di crolli in una scuola ogni tre giorni. Il dato più alto degli ultimi 5 anni. 

Inutile sottolineare come gli investimenti pubblici per la manutenzione e la costruzione di edifici scolastici siano stati negli anni progressivamente ridotti.

Per la precisione di oltre un quarto in meno di 10 anni. Cioè del 26,5% tra il 2009 e il 2018, quando gli investimenti fissi lordi dello Stato, che comprendono appunto anche la costruzione e la manutenzione degli edifici scolastici, sono passati da quasi 74 miliardi di dollari (74,91) ad appena 55 miliardi (55,07). 

Facendo finta per un attimo di non vedere l’aspetto più importante – cioè l’inammissibile costo umano, reale e potenziale – esiste una stretta correlazione tra gli investimenti nell’istruzione e la crescita di un Paese.

Eppure continuano a distruggere un settore che, va ribadito, è molto più importante del suo comunque immenso moltiplicatore economico. Perché riguarda l’investimento sulle nuove generazioni. E su quelle che devono ancora arrivare. L’investimento cioè sul nostro futuro. E su quello del Paese.

Perché «un Paese che distrugge la sua scuola non lo fa mai solo per soldi, perché le risorse mancano o i costi sono eccessivi. Un paese che demolisce l’istruzione è già governato da quelli che dalla diffusione del sapere hanno solo da perdere».

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