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Il grafico della vergogna: l’Italia spaccata in due

di Antonio di Siena.

Sul Gazzettino di Milano è apparsa un’interessante ricerca del sito applavoro.it, che ha analizzato i dati relativi agli stipendi medi in giro per lo stivale. Ebbene sì è scoperta l’acqua calda. Ovvero che al nord si guadagna molto più che al sud, specialmente in alcuni settori.

Ad esempio, per gli addetti alle vendite a Bologna lo stipendio medio è pari a 1.232 €, a Bari 988 €, a Napoli 998 €, circa il 20% in meno. 

Per gli operatori call center a Torino la paga media è 1.250 €, a Milano 1.000€, a Bologna 900€, a Napoli 662,50 €, a Bari 589€. Lo stipendio al sud quindi risulta in media più basso del 42%. 

Per le mansioni di segreteria a Bologna 1.400 €, a Firenze di 1.321 €, a Milano 1.243 € al mese. Contro gli 858 € di Napoli, 758 € di Bari, 738 € di Palermo. Un divario ancora una volta superiore al 40%, ovviamente a sfavore dei lavoratori meridionali.

Per gli agenti di commercio a Torino e Bologna il guadagno medio è circa 2.400 € al mese. Mentre a Napoli 2.095 € mensili, con una differenza del 13%, a Bari il guadagno medio corrisponde a 1.641 € con una differenza del 34%.

Come appare chiaro quindi la questione meridionale resta tutt’oggi uno dei principali problemi italiani. Un divario economico inaccettabile che, in assenza di un grande piano di investimenti pubblici, è destinato ad aumentare nel tempo. 

Deindustrializzazione, assenza di sostegno statale, deficit infrastrutturali, imposizione fiscale vergognosa e criminalità organizzata rendono infatti difficilissimo creare lavoro nel Mezzogiorno. Il risultato più tangibile di questo stato di cose è una massa enorme di disoccupati.

Quelli che emigrano ingrossano inevitabilmente le fila della manodopera del nord Italia, contribuendo ad abbassare i salari dei loro colleghi settentrionali. Quelli che restano, data la grande concorrenza, sono costretti ad accettare paghe da fame. 

Per questo è necessario rimettere al centro del dibattito politico il divario fra le due italie. Non solo per ragioni di equità e giustizia sociale. Non soltanto perché prima del diritto a emigrare dovrebbe essere garantita a tutti la possibilità di restare a casa propria a crescere i propri figli nella terra natia. Ma molto più banalmente perché un sud più povero contribuisce a impoverire anche il nord. Premendo costantemente sulla quota salari e impoverendo complessivamente l’economia nazionale. 

Per combattere questa vera e propria emergenza nazionale però bisogna avere ben chiari alcuni concetti fondamentali.

La costante compressione dei salari e la conseguente distruzione della domanda interna sono presupposti necessari al mantenimento dell’Italia nell’euro. E l’impossibilità per lo Stato di attuare un grande piano di investimenti statali per rilanciare l’occupazione su tutto il territorio nazionale è data dalle norme imposte dai trattati europei. 

La nostra Costituzione, ipocritamente definita “la più bella del mondo”, all’art. 1 impone il perseguimento della piena occupazione. Ma la piena occupazione la si può ottenere solo attraverso il ruolo attivo dello Stato.

Uno Stato imprenditore che apre fabbriche e grandi aziende nelle zone d’Italia più in difficoltà. Per preservare il benessere, la pace sociale e, non dimentichiamolo, l’unità nazionale. Esattamente quello che ha fatto la Repubblica italiana negli anni ‘50/60 con l’IRI. 

Per fare tutto questo però bisogna avere il coraggio di tradurre in obiettivo politico primario quello che intuitivamente è chiaro a chiunque non sia stupido o in malafede: bisogna recedere dai trattati europei. Bisogna cioè uscire dall’euro e dall’Unione europea. 

Diversamente si proseguirà nel fare il gioco di chi, da questi stipendi da fame, continua a guadagnare. Il gioco degli sfruttatori contro gli sfruttati. 

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