in

I soldi del Recovery Fund arriveranno col contagocce

di Filippo Nesi.

Questo è lo scaglionamento dei fondi del Recovery and Resilience Facility (RRF, comunemente noto come Recovery Fund) nel tempo. 

Come si può vedere, solo il 6,75 per cento del RRF verrà erogato nel 2021, poi il 9,95 per cento nel 2022 e via via a salire negli anni successivi. Il 22,62 per cento, oltre un quinto dei fondi, addirittura arriverà dopo il 2027. 

La logica avrebbe suggerito il contrario. Un paese con un cronico problema di crescita come il nostro, messo in ginocchio dal COVID-19, che quest’anno chiuderà con un PIL del -9,5 per cento secondo le stime della stessa Commissione europea, avrebbe necessitato, se mai, di uno scaglionamento regressivo. Ricevere di più subito, per contrastare al meglio gli effetti della crisi, e via via di meno dopo, anche per favorire il consolidamento del debito attraverso la (auspicabile) ripresa economica. Invece accade il contrario. 

C’è una spiegazione tecnica e una spiegazione politica per tutto ciò. Quella tecnica è che l’UE ha bisogno di tempo per raccogliere decine di miliardi di liquidità sul mercato, senza contare che una parte dei fondi proviene da un aumento dei contributi degli stati membri stessi. Quella politica è che il RRF non è stato né concepito né studiato per far ripartire la nostra economia, ma piuttosto per aumentare l’indebitamento sovranazionale e, di conseguenza, consolidare il nostro vincolo esterno. 

L’erogazione progressiva assicura una dipendenza dell’Italia dall’UE nella misura in cui accetterà di implementare le riforme richieste e dimostrerà di spendere i fondi in base alle linee guida. 

Resa dei conti a 5 Stelle: Di Battista all’attacco, il Movimento rischia la scissione

Recovery Fund: un inutile spreco di soldi