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Alitalia, UE chiede tagli al governo: 7mila lavoratori a rischio

di Nilo Di Pietro

Il governo Draghi starebbe pensando di ridimensionare la compagnia aerea di bandiera italiana, dando vita ad una “mini Alitalia” in formato ridotto: un vettore che darebbe lavoro a meno di 3mila persone – al posto dei 10.500 dipendenti attuali – senza manutenzione e handling, le due costole che sono comprese nel perimetro attuale dell’azienda ma che il nuovo esecutivo vuole staccare e mettere all’asta, come richiesto dall’Unione europea tramite la commissaria Margrethe Vestager. 

Il ministro dello Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti, ascoltato pochi giorni fa in Commissione alla Camera dei Deputati, ha parlato espressamente di ridimensionamento della flotta e di spezzatino della società, mettendo in chiaro che «discontinuità, sostenibilità economica e orientamento al mercato» sono le linee guida del nuovo progetto per una Alitalia “leggera” che sia in grado di sostenersi da sola. Il mantra europeista, noncurante delle gravose ripercussioni di carattere occupazionale, è sempre lo stesso: competitività ed efficienza sono i consueti alibi volti a celare gli imminenti tagli a dipendenti e strutture. Al di là del dramma sociale degli oltre 7mila lavoratori a rischio, l’operazione finirà per danneggiare l’Italia anche sul piano industriale, favorendo i nostri concorrenti europei che continuano a mettere generosamente mano al portafogli ed a spendere ingenti risorse, come ha fatto la Germania con i 9 miliardi di euro stanziati la scorsa primavera per Lufthansa. 

Alitalia, nata nel 1946, fiore all’occhiello dell’IRI e quarta compagnia aerea europea per passeggeri trasportati, è caduta lentamente in declino per errori strategici e per mancanza di un sostanzioso piano di investimenti pubblico necessario per crescere in un mercato in forte espansione. Nel 1996 Romano Prodi inaugurò la progressiva privatizzazione dell’azienda, decidendo di quotare in borsa il 37% di Alitalia. È l’inizio della fine. Dagli anni Duemila non si è stati più in grado di aumentare le dimensioni della sua flotta e la sua capacità di trasporto. Al contrario, la parola d’ordine è stata ridimensionamento, con continui tagli alla rete e ai dipendenti, una politica insensata considerando i tassi di crescita del mercato aereo italiano, che aumentava il suo traffico del 7-8% all’anno. 

Dopo anni di fallimenti di gestione privata con la imprevista nazionalizzazione della scorsa primavera, la palla è tornata allo Stato ma, stando alle dichiarazioni rilasciate dal ministro Giorgetti, la musica non sembra essere cambiata. Ora è il momento del coraggio: il governo deve far sì che Alitalia riscopra la vocazione internazionale che la contraddistingueva fino ai primi anni ’70, con un solido piano industriale teso ad ingrandirne la struttura e ad investire sul lungo raggio. 

Il dado sta per essere tratto e si è vicini nel definire una telenovela che dura da più di venti anni. La compagnia italiana è pronta a spiccare il volo per giugno, lasciando a terra più della metà dell’attuale personale: non possiamo accettare in silenzio che siano i nostri lavoratori, per l’ennesima volta, a pagare il conto dei folli diktat imposti da Bruxelles. 

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