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Aboliamo le Soprintendenze, carrozzoni inutili e dannosi

di Mario Conca.

In quello che dovrebbe essere il processo serio di sburocratizzare lo Stato italiano, non può non essere presa in seria considerazione l’ipotesi di rivedere e cancellare l’esistenza, l’uso ancora di essere e di esistere delle Soprintendenze regionali preposte alla salvaguardia e alla tutela del patrimonio culturale italiano(?).

Renzi tempo fa, palesò quest ipotesi con i seguenti concetti: “l’Italia quindi è “una terra in cui le sovrintendenze vincolano e tutelano anche e soprattutto le schifezze”, “il sistema delle sovrintendenze è inchiodato a un modello centralista e burocratico di Stato che poteva andar bene, forse, nella seconda metà dell’Ottocento”, (Fuori!, 2011), “sovrintendente è una delle parole più brutte di tutto il vocabolario della burocrazia. È una di quelle parole che suonano grigie. Stritola entusiasmo e fantasia fin dalla terza sillaba. Sovrintendente de che?” (Stil Novo, 2012),

“Abbiamo la cultura in mano a una struttura ottocentesca, non può basarsi sul sistema delle sovrintendenze”. Anche Matteo Salvini, in una trasmissione televisiva di qualche anno fa ebbe modo di ribadire: “Ci sono alcuni organismi statali che vanno rivisti, e io aggiungo qualcosa di più, cancellati: soprintendenze e prefetture. Se lo Stato vuole dimagrire, vuole snellire, vuole esser più veloce, vuole semplificare, inizi a cancellare qualcosa”. 

Sul tema della sburocratizzazione, è stato ancora più fermo e più deciso il direttore de Il Riformista, Piero Sansonetti, quando ha sentenziato: “Bisogna radere al suolo la burocrazia. La burocrazia va rasa al suolo”. Assistiamo ogni giorno a situazioni che non vorremmo si verificassero: visto l’uso scriteriato dei beni culturali, che ormai sono all’ordine del giorno, e i recenti crolli di Pompei e Volterra, e non solo, ne sono la testimonianza più eloquente, quanto anche per l’assenza o ritardi per interventi cautelativi, che dovrebbero essere garantito e che, invece, vengono o sono stati elusi per manomissioni e scempi di territori e siti archeologici, mai autorizzati e, successivamente, giustificati, però, da quella che in gergo viene evocata come mancanza di personale, ovvero l’assunzione di un pilatesco comportamento, che non fa onore né a chi lo assume e né all’intero patrimonio culturale.

Motivazioni che non reggono, perché è stato verificato, tra l’altro, che alcuni atteggiamenti assunti da questi organismi obsoleti, sono stati concepiti e generati come nel rapporto che c’è tra figli e figliastri o del due pesi e due misure o, ancora, per essere più concreti e più chiari dove si è voluto spalancare gli occhi lo si è fatto con sicumera e facilità, magari penalizzando o viceversa favorendo abusi ed abusivi e dove, invece, gli occhi sono stati serrati per interessi, opportunità, convenienza e condizionamenti, pur di non penalizzare i soggetti o gli enti coinvolti, a discapito di quanto andava conservato, protetto e custodito.

Per cui, con questo andazzo consolidato, che prescinde dalla quantità di personale, e si constata, se non, addirittura, il dolo, la malafede, o  si potenziano gli organici, oppure si passa la mano a nuove ipotesi non molto lontane dalla praticabilità, come ad esempio affidare questi organismi ad ogni sede regionale del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale dell’Arma dei Carabinieri, fiore all’occhiello di tutta l’Italia culturale.

Di quell’Italia depredata, ma, accortamente rivalutata e salvaguardata dalla competenza e dalla esperienza degli uomini della Benemerita. Affidare la tutela e la salvaguardia della nostra storia culturale, artistica, paesaggistica e ambientale nelle mani di gente fidata, dei rappresentanti veri della legalità, visti gli abusi e i soprusi che sono stati e vengono perpetrati.

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