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L’Europa assalta i porti italiani: “Dovete privatizzare”. E così li dà a cinesi e tedeschi

Quanto è bella l’Europa! Quanto è brava l’Europa! Quanto ha bisogno dell’Europa l’Italia! Senza Europa l’Italia sarebbe fallita! Sono solo alcuni dei proclami che sentiamo ripetere a più non posso dal governo e dagli eruoinomani nostrani. Poi, però, al di là delle belle parole, c’è sempre la realtà che arriva a presentare il conto. E a ben guardare, fin qui, è più quello che l’Italia ha perso per colpa dell’Europa (in termini economici e di Stato sociale) che non quello che ha guadagnato. L’ultimo “atto di gentilezza” di questa Europa bella e buona è arrivato ieri (insieme all’imposizizione ricattatoria di prenderci il cappio del Mes altrimenti non ci danno gli aiuti per uscire dalla crisi): la Commissione Ue ha infatti chiesto all’Italia di abolire l’esenzione dalla tassa sulle imprese concessa ai porti. Cosa vuol dire? Vuol dire tante cose.

“Se le autorità portuali generano profitti da attività economiche, devono essere tassate come le altre società. La decisione di oggi per l’Italia – come in precedenza per Paesi Bassi, Belgio e Francia – chiarisce che esenzioni ingiustificate distorcono la concorrenza e devono essere rimosse”, ha tuonato la commissaria alla concorrenza Margrethe Vestager. Nonostante un negoziato durato un anno e l’irruenza di una pandemia che ha spezzato i traffici globali, Bruxelles non è dunque arretrata di un millimetro: l’Italia dovrà tassare i suoi porti.

Margrethe Vestager, comunicando la decisione dell’Ue, sta dicendo al nostro governo che le autorità portuali italiane (AdSP) devono pagare dazio, altrimenti si aprirà la strada della procedura di infrazione. Quanto piacciono le tasse a questa bella e brava Europa! La disputa tra Roma e Bruxelles, iniziata nel 2017 ed entrata nel vivo quest’anno, non è solo di natura fiscale ma ha implicazioni enormi di natura giuridica, economica e soprattutto strategica per il Paese.

Intanto, i porti italiani insorgono, giustamente: “Secondo le norme italiane, confermate da varie pronunce della Cassazione, i porti non svolgono attività commerciali ma sono enti pubblici non economici che regolamentano e controllano le attività svolte dai soggetti operanti nei porti. Loro sì, sono invece sottoposti al pagamento delle tasse. Il canone delle concessioni viene predeterminato dallo Stato e sui nostri avanzi di amministrazione o utili – spiega all’HuffPost Zeno D’Agostino, presidente del porto di Trieste – non abbiamo discrezionalità ma l’obbligo di reinvestirli, salvo la parte che versiamo a Roma, nelle attività dell’Autorità”.

“Ragioniamo come lo Stato creando valore per la collettività, non come imprese attente al profitto. Su questi temi c’è una profonda ignoranza, anche a Bruxelles. Qui il problema non è pagare o meno l’Iva”, avverte ancora D’Agostino. Sono le implicazioni di tipo strategico. Perché la messa a gara delle attività portuali può aprire la strada alle privatizzazioni, in un contesto di certo poco favorevole per l’Italia che non dispone di campioni nazionali nell’industria del mare. “Basta approcci da ragionieri e azzeccagarbugli su questioni strategiche, qui ci sono cinesi e americani che si stanno spartendo il mondo, e l’Europa cosa fa? Si attacca ai cavilli?”.

Quale scenario si apre, dunque? Che se domani il Governo italiano vorrà investire in un porto italiano, dovrà passare per Bruxelles che potrà opporsi. Se invece a voler investire sarà il colosso pubblico cinese, potrà farlo perché considerato un soggetto imprenditoriale. “Qui – attacca D’Agostino – rischiamo che le imprese statali cinesi o di altri Paesi, gonfie di soldi pubblici, entrino a casa nostra per fare quello che a noi non viene più consentito. Attenzione!”.

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