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“Una Pasqua di vigile attesa non farà risorgere il Paese”

di Lorenza Morello, presidente nazionale APM

Siamo quasi a Pasqua e, anziché parlare di speranza e rinascita, dilagano i discorsi di morte e inizia a farsi sempre più chiara la spaccatura sociale che sta dilaniando un Paese allo stremo, l’Italia.

Da una parte medici, infermieri e personaggi pubblici più o meno noti -e quasi mai competenti- che ancora lanciano strali contro “gli untori” (l’”andrà tutto bene” dello scorso anno ce lo siamo finalmente tolto dai piedi, ma ahimè la caccia alle streghe prosegue) ed incitano ad andare a fare un giro nelle terapie intensive.
Sì, allora, retorica per retorica, un giro anche negli hospice o in casa di malati oncologici, divenuti terminali a causa della chiusura dei day hospital e dei ritardi nell’inizio delle terapie, per via del covid-19 andrebbe fatto, e dovevamo farlo anche qualche anno fa quando c’erano gli ospedali intasati e terapie intensive piene per colpa dell influenza e ci sono stati 70000 morti in un anno. Invece a leggere certa stampa pare di evincere che dentro gli ospedali, prima, ci fosse il carnevale di Viareggio.

E certamente anche un giro tra gli imprenditori falliti e le famiglie rimaste senza reddito non farebbe male.

Il punto vero è che con una politica incentrata sul benessere delle persone e non sui bilanci la sanità sarebbe stata in grado di reggere l’urto.
Invece, con i tagli continui da parte delle Istituzioni (salvo poi dare colpa all’evasione fiscale se mancano le terapie intensive) e protocolli pervicacemente sbagliati hanno generato questo disastro senza precedenti.

E chi conosce bene il tema della comunicazione non può non ravvisare un forte concorso di colpa da parte della categoria dei giornalisti e dei media che, con i continui attacchi perpetrati senza sosta per favorire un potere che anziché lavorare per risolvere davvero un problema sociale che ormai ha margini di propagazione senza eguali,cerca capri espiatori per deviare l’attenzione, hanno indotto in molte persone, già labili, il senso di colpa. Disperati perché colpevoli di aver portato a casa il virus pur avendo rispettato tutte le cosiddette misure di prevenzione.

È doveroso meditare su questo, e molto.

Ma poi dove la vedete tutta questa gente senza mascherina? Solo io vedo persone che la indossano anche da sole in macchina? E questi folli senza mascherina che fanno gli aperitivi davanti ai bar, peraltro chiusi, esattamente dove stanno? La tragedia è immensa, ma non penso che calcare la mano sui sensi di colpa delle persone, o peggio ancora di chi si ammala, sia la strategia vincente.

Se ci sono situazioni critiche sarà compito degli organi competenti intervenire. Ma, ecco, non mi sembra che per le strade ci sia il Carnevale di Rio. Quello che, ribadisco, sembra da mettere in discussione è questo stile comunicativo basato sul senso di colpa, che terrorizza eccessivamente alcuni e ha un effetto respingente su altri.
A ciò si aggiunga che l’angoscia nei reparti ospedalieri c’era e ci sarà sempre. Quando i bambini morivano, prima della pandemia, in un reparto di oncologia pediatrica, non c’erano orde di giornalisti o medici lì a piangerli.

Basta con questa retorica che a nulla serve se non ad alimentare una guerra dei poveri che prima o poi arriverà a derive difficilmente arginabili, ciascuno si assuma la propria parte di responsabilità e guardi la vita e la morte da tutti i punti di vista che, laddove è vero che non si vive di solo pane, è parimenti vero che non si muore di solo Covid.

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