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Una nuova pillola da assumere ai primi sintomi: così cambierà la lotta al Covid

Mentre il governo italiano insiste sull’importanza fondamentale dei vaccini come unica possibile strategia da adottare contro il Covid-19, il mondo si prepara a una vera e propria rivoluzione nella lotta alla pandemia: l’arrivo di pillole che permetteranno di combattere il patogeno al manifestarsi dei primi sintomi, evitando così di intasare le strutture ospedaliere. Il primo passo arriverà dagli Stati Uniti, con il governo americano che ha già acquistato 1,7 milioni di dosi di Molnupiravir, pasticca da assumere comodamente a casa insieme a un bicchier d’acqua.

Una nuova pillola da assumere ai primi sintomi: così cambierà la lotta al Covid

Un ciclo comprende 2 pillole al giorno per cinque giorni, con la casa produttrice Merck che ha già comunicato i risultati della fase di sperimentazione: rischio di ricoveri dimezzato e bassissima possibilità di decesso. L’agenzia del farmaco americana ha addirittura interrotto in anticipo i test per gli evidenti benefici. In Europa, Molnupiravir potrebbe arrivare a fine novembre e, qualora anche le nostre autorità sanitarie dovessero confermare l’efficacia e la sicurezza del farmaco, potrebbe essere consigliato già dopo i primissimi sintomi del Covid.

Oltre al Molnupiravir, gli antivirali allo studio contro il Covid sono oltre 250, ma di questi 3 sono già in fase avanzata di sperimentazione. Nella prima metà del 2022 è infatti atteso il via libera ai farmaci Roche e Pfizer, con quest’ultima azienda che dopo aver fatto registrare incassi milionari grazie ai vaccini si è subito orientata verso questo nuovo business. I test sono attualmente in corso non soltanto su pazienti colpiti dal virus, ma anche sui loro contatti.

Fine della sperimentazione è infatti quello di capire se sia conveniente somministrare la pillola alle persone entrate a contatto con un positivo prima ancora dell’esito di un tampone. Il vantaggio, in caso di via libera da parte delle agenzie del farmaco, sarebbe la possibilità di curare anche persone immunodepresse, per le quali i vaccini sono invece ancora considerati potenzialmente pericolosi.

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