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“Noi scienziati dobbiamo fare mea culpa: abbiamo delle responsabilità”. Parla il prof. Remuzzi

Pubblicato il 22/02/2022 09:42

Giuseppe Remuzzi, medico e professore noto anche a livello internazionale, è uno dei più riconosciuti ricercatori italiani e direttore dell’Istituto Mario Negri. In un’intervista rilasciata al Corriere fa un clamoroso mea culpa, autoaccusando tutta la comunità scientifica (e se stesso in primis) per aver sottovalutato il Covid e i primi studi che vennero pubblicati. Sulla scrivania conserva “una copia dello studio pubblicato il 24 gennaio del 2020 su Lancet. Gli autori erano un gruppo di colleghi cinesi che avevano studiato i pazienti infettati da un nuovo Coronavirus a Wuhan. Diceva già tutto quel che sarebbe successo. Dall’infezione che causava focolai di malattie respiratorie, alla terapia intensiva, fino all’alto tasso di mortalità. Quale fu la mia reazione dopo averlo letto? Quella che ebbero tutti: chissà se è vero, e comunque non arriverà mai da noi. Non ci abbiamo creduto. Anche se avanzatissima a livello medico, la Cina continua a essere lontana”. (Continua a leggere dopo la foto)

Continua Remuzzi: “È un rimorso che mi porterò dentro per sempre. La comunità scientifica, della quale faccio parte, ha una enorme responsabilità nel disastro di questi due anni. Quando i parenti delle vittime e le persone colpite dal virus chiedono di identificare i responsabili di quel che è andato storto, beh, ci siamo anche noi. Nel giro al massimo di settantadue ore avremmo dovuto dare vita a una mobilitazione, avvertire le autorità, fare sentire la nostra voce, parlare con i singoli ricercatori. Invece, abbiamo perso tempo, abbiamo perso almeno quelle quattro settimane che poi furono fatali alla mia Bergamo”. (Continua a leggere dopo la foto)

“A un certo punto – confessa Remuzzi – dissi a uno dei miei più cari amici: qui moriamo tutti. Sembra una esagerazione, con il senno di poi. Ma così ci si sentiva a Bergamo in quei giorni. Mi angosciava la lotta in apparenza vana dei giovani medici del Papa Giovanni XXIII di Bergamo, il mio ospedale, che avevo appena lasciato. Tutti, nefrologi, dermatologi, ortopedici, chiamati a un combattimento estremo, fare respirare i pazienti. Io so cosa vuole dire fare due notti di fila in ospedale. Quando sei stanco, e speri solo che non arrivi un altro paziente. Invece le sirene suonavano in continuazione, non finiva mai. In quei giorni, cominciai a pensare se c’era un modo per curare le persone a casa. Senza mandarle in ospedale. C’era tanto materiale da studiare. Tutti i medici del mondo misero a disposizione le loro conoscenze per applicarle al virus”. (Continua a leggere dopo la foto)

Remuzzi confessa anche di essere stato presente alla celebre partita Atalanta-Valencia disputata a San Siro il 19 febbraio, oggi considerata come la bomba che fece esplodere il contagio in Italia. “Non andavo allo stadio da vent’ anni, e non ci sono più tornato dopo. Poco tempo dopo chiesi quante persone del nostro gruppo si fossero ammalate. Zero. Questo non toglie che avrei potuto contribuire a quell’onda di ricoveri che ben presto avrebbe travolto i miei medici. Racconto questa vicenda per dire come nonostante le conoscenze tecniche che stavamo immagazzinando, eravamo ben lontani da una corretta percezione della realtà. Dopo, è facile per tutti fare i professori. Ma quella sottovalutazione generale rimane l’errore più grande”.(Continua a leggere dopo la foto)

In conclusione Remuzzi cita un recente lavoro pubblicato su Lancet, stavolta non sottovalutandolo: “Il virus rimarrà con noi per tanti anni, ma stiamo andando verso la fine della pandemia. E non ci sarà più un momento come quello iniziale, quando non sapevamo nulla, per colpa nostra”.

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