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Pd, il Partito del Denaro

di Alessio Mannino.

“Ma abbiamo una banca?”, chiedeva l’allora segretario dei Democratici di Sinistra Piero Fassino a Giovanni Consorte, amministratore delegato di Unipol ai tempi della tentata scalata alla BNL. Sono passati quindici anni, e oggi si può dire che sono le banche a tenere in pugno il partito del dimenticabile Fassino e dell’impercettibile Nicola Zingaretti. La chiamata del piddino Pier Carlo Padoan al soglio presidenziale di Unicredit, che ora tratterà con il governo a mezza conduzione Pd per dare in pasto ai suoi nuovi datori di lavoro quella Montepaschi di Siena che da ministro salvò a suon di quattrini pubblici, è solo l’ultima conferma delle porte girevoli, dei conflitti d’interesse e della sudditanza allo strapotere dei colossi bancari.

Padoan si dimetterà da deputato, e ci mancherebbe pure non lo facesse. Ma negli anni scorsi lo abbiamo visto imporre il bail-in che scarica sui risparmiatori i dissesti bancari (così come vuole madama Europa), regalare a un solo osceno euro le popolari venete a Intesa, esito di quell’azzeramento degli istituti mutualistici fatto in fretta e furia dal governo Renzi, allora a capo dei Dem. E prima ancora, nel 2013, il governo Letta pensò bene di rivalutare di colpo le quote di Bankitalia, da 156 mila euro a 7,5 miliardi, spartendo su un piatto d’argento dividendi per 1,060 miliardi ai soci privati, cioè sempre le banche. E si potrebbe continuare nell’elenco, avanti e indietro fino alla strenua difesa del Mes, arma-fine-di-mondo per il definitivo esproprio di quel che resta della libertà finanziaria del nostro Paese.

Padoan sarà il presidente che dovrà privatizzare di nuovo MPS dopo averla di fatto nazionalizzata. Una vera nazionalizzazione, infatti, è proibita: verboten, è la regola di Bruxelles. Il tecnico che non sa dir di no (chiedere a Renzi per credere) è l’uomo adatto per mandare in porto l’operazione covata da mesi dall’ad di Unicredit, Jean Pierre Mustier: creare a parte una holding delle attività estere del gruppo quotata alla piazza di Francoforte e poi fonderla con qualche altro pezzo grosso della finanza europea. L’idea non è gradita al litigioso board e soprattutto deve passare per il nulla osta di Palazzo Chigi. Di qui la scelta di Padoan, figura esterna e malleabile quanto basta.

Ormai non c’è trucco e non c’è inganno: il Pd si mostra alla luce del sole come il Partito del Denaro. Non che gli altri astanti sulla scena siano meno succubi e soccombisti di fronte agli intoccabili bastioni che rastrellano il risparmio nazionale. Diciamo questo, allora: il partito lontano erede della copula Dc-Pci si prodiga di più, è maggiormente servizievole, spicca in zelo e sfacciata mancanza di ipocrisia. Salvo rappresentarsi immancabilmente come forza “progressista”, “attenta ai deboli”, di “sinistra” (ancora? ma basta!) e via turlupinando per reggere la sceneggiata dei buoni contro la destra cattiva, i grillini da tenere a bada e, si capisce, i populisti-sovranisti-sfacisti-brutti-sporchi-e-malvagi che non si bevono più la storiella della Santa Trinità Ue-Bce-Fmi e dei banchieri da lasciar lavorare perchè, manager disinteressati quali sono, pensano al nostro bene. No, i Democratici non sono ipocriti. Sono cinici, cinicissimi. E sono democratici come è sinceramente democratico un raider di Borsa alla chiusura del listino, mentre conta i danari speculati puntando contro l’Italia.

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