Vai al contenuto

Il prestito al Fatto Quotidiano, la tipografia di Totò e Peppino e Travaglio

Pubblicato il 06/07/2020 12:23 - Aggiornato il 23/06/2023 11:55

Il direttore de Il Fatto Quotidiano, Marco Travaglio, in un pezzo intitolato “Ma mi faccia il piacere”, pubblicato oggi (6 giugno 2020), dedica ben due delle sue “Ball party” a Gianluigi Paragone. L’attacco è rivolto ai principi fondanti del nuovo partito che l’ex M5S sta lanciando: l’uscita dell’Italia dall’Europa e la possibilità di tornare a stampare moneta propria. Scrive Travaglio, riportando un virgolettato di Paragone preso da Libero: “Fondo un partito perché per lasciare l’Europa servono le palle”. E Travaglio, sarcastico, commenta: “Quelle che racconta lui”. Poi, aggiunge un secondo punto. Cita ancora Paragone: “Voglio stampare moneta”. E anche qui commenta: “Ha già trovato la tipografia: quella di Totò e Peppino”. Ecco, e su questo punto è bene soffermarsi un momento. Perché è evidente che lui, Travaglio, della tipografia di Totò e Peppino non ne abbia bisogno: infatti a lui i soldi li prestano. Senza troppi problemi.

Provate invece ad immaginare di essere un imprenditore con un bilancio in perdita per 1,492 milioni (questo il risultato del bilancio 2019 della società editoriale de Il Fatto) e con i vostri ricavi delle vendite crollate di un milione e mezzo di euro, in un settore in crisi perenne come quello dell’editoria, di andare dal direttore dalla vostra banca e di chiedere un prestito di 2,5 milioni. Cosa pensate che vi dica? Una pernacchia in faccia è il minimo. E mentre i poveri cristi ricevono, appunto, la pernacchia i faccia, o al massimo i soldi se li vedono prestati con enormi difficoltà (ma nella maggior parte dei casi restano con un pugno di mosche), a Travaglio vengono invece prestati. Subito. Se il direttore del Fatto, dunque, ci dicesse quale tipografia usa lui, anche noi useremmo quella, e lo diremmo anche ai tanti imprenditori che rischiano di finire sul lastrico o che sono arrivati a un tanto così dal togliersi la vita.

Ed è giusto di ieri, tanto per parlare di cose concrete e non di “ball party”, che la Banca centrale europea nel bollettino di fine mese, riguardante la crescita dei prestiti alle imprese nell’eurozona, certifica il clamoroso ritardo dell’Italia. Il nostro Paese risulta infatti sotto la media. In particolare con Francia Germania e Spagna, le tre maggiori economie, il raffronto è impietoso. Mentre la crescita dei prestiti in Italia si attesta al 2,2% di maggio, contro il +2,1% di aprile, in Germania si registra un +6,9% a maggio e +7% ad aprile; in Francia +11,4% a maggio e +9,2% ad aprile. Perfino la Spagna sfoggia un sontuoso +9,5%, contro il +6,6% di aprile. Insomma, un divario enorme.

GIANLUIGI PARAGONE SENATORE

Ecco, dunque, la realtà è questa. Travaglio e Il Fatto, evidentemente, sono rientrati nella ristrettissima cerchia degli eletti, dei fortunati ai quali il prestito da 2,5 milioni di euro è stato erogato. E anche subito. Una prima nota della società editrice del Fatto Quotidiano affermava: “Il contratto di finanziamento prevede il rimborso in n. 60 mesi, inclusivo di un preammortamento di 12 mesi, ad un tasso variabile in linea con gli standard di mercato. Il finanziamento è assistito dalla garanzia concessa dal Fondo Centrale di Garanzia pari al 90% dell’importo”. Dopo questo comunicato, erano quindi emersi commenti anche critici sulla presunta operazione nella quale il giornale di Marco Travaglio era visto destinatario di un cospicuo prestito in virtù di quanto stabilito dal Decreto Rilancio. A quel punto, dunque, è stata diffusa dalla società Seif, editrice del quotidiano dalla quale proviene l’attuale presidente di Eni Lucia Calvosa, un’altra nota.

Così l’ad Cinzia Monteverdi ha spiegato l’operazione finanziaria della casa editrice: “Ci siamo limitati a chiedere un finanziamento a Unicredit per investimenti in immobilizzazioni, perché riteniamo che la crisi economica che attraversa il Paese potrebbe colpire diverse categorie con cui operiamo, a prescindere dai nostri buoni risultati. Il finanziamento rientra nella legge 662 del 1996. È un normalissimo finanziamento bancario che, come da prassi in caso di destinazione a investimenti, è garantito dal Medio Credito Centrale. Dunque è falso che abbiamo chiesto un finanziamento pubblico, che prendiamo soldi dallo Stato, che riceviamo favori dall’attuale governo: semplicemente perché non è vero”. Quel che è vero, però, è quanto si diceva all’inizio: a loro il prestito è stato concesso ed erogato subito. Al resto degli italiani? Alle altra migliaia di imprenditori? Ci dica Travaglio come ha fatto. Ma non per dare un suggerimento a Paragone, solo per darlo a chi ha davvero bisogno di liquidità. L’appuntamento è per tutti alla tipografia di Totò e Peppino gestita dal Fatto.

Ti potrebbe interessare anche: Sergio Bramini, l’imprenditore “fallito per colpa dello Stato” che ora dichiara guerra al Csm