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Nomi in codice, sms, parole d’ordine: Qatargate, il sistema segreto per fare arrivare le mazzette a destinazione

Pubblicato il 21/12/2022 10:07

Un nome in codice, come si vede fare nei film: “L’algerino”. Ovvero “uno che lavora per il governo del Qatar e si chiama Boudjellal. Mi metteva in contatto con una persona in Turchia, credo di origine palestinese”. L’uomo gli dava il numero di telefono del Belgio, quello “da chiamare per avere i soldi”. Una persona sempre diversa, con i numeri che finivano poi eliminati dalla memoria del telefono per “non lasciare traccia”. Questo il sistema ideato dal Qatar per pagare le mazzette. A raccontarlo è Francesco Giorgi, assistente parlamentare finito al centro dello scandalo che sta mettendo in imbarazzo (e in forte agitazione) le istituzioni europee. 35 anni, originario di Abbiategrasso, ha avuto una figlia da Eva Kaili, destituita dal ruolo di vicepresidente dell’Europarlamento dopo essere stata a sua volta arrestata. (Continua a leggere dopo la foto)

Come spiegato dal Fatto Quotidiano, Giorgi è impegnato in questo momento nel tentativo di scagionare proprio la compagna Kaili, collaborando con gli inquirenti. Tre i verbali riempiti fin qui, dopo essere stato interrogato prima dalla polizia federale e poi dal giudice istruttore Michel Claise. Un lungo racconto di come funzionava il sistema scoperto dai servizi segreti del Belgio. (Continua a leggere dopo la foto)

La “cricca”, come è stata subito ribattezzata, era composta da Giorgi e dai suoi datori di lavoro, ovvero l’ex europarlamentare Antonio Panzeri e l’attuale deputato Ue Andrea Cozzolino. Secondo l’accusa, il gruppo avrebbe lavorato al servizio del Dget, l’intelligence del Marocco, e del governo di Doha. Per prendere i soldi in cambio dei servizi svolti, Giorgi “chiamava l’algerino, poi il palestinese in Turchia e infine un contatto che rispondeva dal Belgio”. Tutto questo avveniva “due, tre volte l’anno”. (Continua a leggere dopo la foto)

Per i favori fatti al Marocco, invece, il pagamento “arrivava in contanti, sempre da Abderrahim Atmoun, l’ambasciatore di Rabat in Polonia”. Importi da decine di migliaia di euro, accompagnati anche in questo caso dall’utilizzo di un linguaggio in codice: “Quando andavamo a prendere dei soldi dicevamo che andavamo a prendere delle cravatte o degli abiti”.

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