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La filiera Horeca sotto attacco delle multinazionali: la storia dell’imprenditore di Fossano

di Roberto Mossetto.

“Abbiamo 7.000 fusti di birra scaduti e altri 3.000 che scadranno a breve su cui abbiamo già pagato le accise. I decreti non ci impongono la chiusura ma se bloccano ristoranti, hotel, impianti sciistici ed eventi restare aperti è inutile”: è la dolorosa testimonianza di Marco Panero, responsabile commerciale della Panero Group, durante un incontro con Alessandro Balocco in qualità di segretario provinciale di Italexit Cuneo. (Continua dopo la foto)

L’azienda, fondata negli anni ’80 a Fossano (CN), si occupa di distribuzione di vini, birra, bibite e liquori in Piemonte e in Liguria. Nel 2020 ha fatturato circa 6 milioni di euro, una riduzione del 40% rispetto all’anno prima: l’azienda non è mai stata obbligata a chiudere dai vari DPCM ma ha dovuto comunque confrontarsi con una domanda pressoché azzerata nel proprio settore di riferimento (l’Ho.Re.Ca., che coinvolge ristoranti, strutture alberghiere ed eventi).

In Italia esistono centinaia di aziende nella stessa condizione della Panero Group, con migliaia di dipendenti lasciati in cassa integrazione e spese che non possono essere rimandate. Oltre al rimborso di mutui e finanziamenti su capannoni, macchinari e furgoni, ai rivenditori viene imposto il pagamento immediato delle accise sugli alcolici: una prassi accettabile in condizioni di normalità che diventa però vessatoria in un periodo di incertezza come questo. L’acquisto di merci dai produttori avviene infatti seguendo una programmazione almeno semestrale che non può essere sospesa o rimandata in base alle nuove – e spesso improvvise – disposizioni sulle chiusure delle attività.

Panero cita con rabbia il caso degli impianti sciistici, stoppati a febbraio con un preavviso di poche ore rispetto alla data di riapertura considerata certa ormai da settimane: “Avevamo concordato con le strutture ricettive di Bardonecchia, Ulzio, Limone Piemonte e altre località di montagna l’arrivo dei nostri furgoni pieni di merce. Speranza ha poi annunciato a sorpresa il prolungamento delle chiusure: a giugno torneremo a riprenderci interi bancali di invenduto, con costi elevati per la logistica completamente a carico nostro”. (Continua dopo la foto)

Proprio la gestione dell’invenduto ha rappresentato nell’ultimo anno uno degli aspetti più complessi nell’attività dell’azienda. Panero racconta di essere stato costretto a svendere migliaia di casse per non ritrovarsi con i magazzini pieni di prodotti prossimi alla scadenza: se da un lato i clienti limitano gli approvvigionamenti, dall’altro lo smaltimento della merce scaduta richiede l’impiego di aziende specializzate (non possono, insomma, mettersi semplicemente a svuotare i fusti e le bottiglie). In alcuni casi – soprattutto nel primo lockdown – Panero è riuscito ad accordarsi con i produttori per effettuare dei resi ma, come riconosce lo stesso imprenditore, “significa solo spostare il problema dal distributore al produttore”. Questa situazione ha inoltre fatto emergere una gravissima lacuna normativa – e nel frattempo mai entrata nel dibattito parlamentare – sul tema delle accise sugli alcolici: queste vengono pagate dai distributori al momento dell’acquisto dai produttori (venendo anche conteggiate nel calcolo dell’IVA) ma ad oggi non esiste nessun meccanismo di rimborso o compensazione se il prodotto diventa non più commercializzabile. Dal punto di vista fiscale e giuridico le accise sono imposte dirette sui consumi, dunque, venendo a mancare in questo momento storico la parte effettiva del “consumo”, dovrebbero diventare a tutti gli effetti inesigibili. Questo però non accade e le aziende come la Panero Group sono obbligate a pagare centinaia di migliaia di euro di tasse ingiuste per continuare a lavorare e non incorrere in sanzioni.

Ovviamente questa crisi ha anche pesanti ripercussioni sull’aspetto occupazionale: la Panero Group ha circa trenta dipendenti che da più di un anno sono in cassa integrazione a rotazione. I più colpiti sono i dieci dipendenti dell’area commerciale la cui busta paga viene calcolata solo sullo stipendio fisso senza tenere conto di provvigioni e bonus: il loro stipendio netto in questi mesi è stato inferiore ai 500 euro, una cifra assolutamente inaccettabile per sostenere famiglie in alcuni casi monoreddito. (Continua dopo la foto)

Panero ha quindi concluso il confronto lanciando un appello a Gianluigi Paragone per portare le sue istanze in Parlamento: “Il Senatore e Italexit sono gli unici attori politici che in questi mesi hanno dimostrato di avere a cuore le problematiche delle piccole e medie imprese. Il nostro settore non vuole l’elemosina ma vuole poter tornare a lavorare in serenità, garantendo un futuro alle aziende e agli addetti. Alcuni di noi sono già stati avvicinati da multinazionali straniere con proposte d’acquisto a dir poco irricevibili: mentre il Governo perde tempo su questioni di poco conto, gli avvoltoi cercano di sfruttare le nostre difficoltà per impadronirsi del tessuto economico locale. Oltre alla necessaria riapertura di ristoranti e locali che ci permetterebbe di riprendere con le vendite, chiediamo al Governo di intervenire rapidamente sulla questione delle accise pagate sui prodotti scaduti: rimborsatele oppure scalatele dai prossimi acquisti.” 

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