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Fisco, così il Lussemburgo continua ad aggirare le norme sulla trasparenza

Il Lussemburgo continua a fare il bello e il cattivo tempo sul fronte fiscale, attirando aziende sotto la propria giurisdizione con la promessa di trattamenti particolarmente favorevoli mentre l’Europa, nei fatti, non muove un dito. Uno scandalo sollevato più e più volte nel corso degli ultimi, e rilanciato da una recente inchiesta portata avanti dal consorzio investigativo Irpi (Investigative Reporting Project Italy) insieme a testate di fama internazionale come Le Monde ed El Paìs con il supporto di Tax Justice Network e The Signals Network.

Fisco, così il Lussemburgo continua ad aggirare le norme sulla trasparenza

La direttiva Dac3 del 2016 obbliga teoricamente i Paesi membri dell’Unione Europea a scambiare automaticamente le informazioni riguardanti gli accordi stretti dalle aziende sotto la propria giurisdizione, con particolare attenzione sul fronte fiscale. Un modo, sulla carta, per evitare che all’interno dell’Ue possano nascere veri e propri paradisi che attirano imprese come mosche. Un sistema che, come spesso accade, in realtà non funziona, facilmente aggirabile nel silenzio di Bruxelles, che finge di non vedere e non capire.

In apparenza, le nuove normative sembrerebbero aver fatto crollare gli accordi privati tra aziende straniere e il Lussemburgo, scesi da centinaia ai soli 44 registrati nel 2020. Irpi ha però presto scoperto il trucco: il meccanismo di controllo viene aggirato tramite le “information letter”, lettere informative attraverso le quali le aziende comunicano all’autorità del Lussemburgo la propria pianificazione fiscale e come intendono ridurre la base imponibile. Una volta inviati questi testi, spesso si arriva a incontri di persona tra consulenti e che aiutano le imprese e il Fisco del Granducato.

Sempre in teoria, da luglio 2020 sarebbe stato introdotto lo stesso obbligo della Dac3 anche per i consulenti fiscali. Nel Lussemburgo, però, gli avvocati sono esentati. Le società di consulenza, in tutto questo, si sono trincerate dietro il silenzio, sostenendo di non poter violare la confidenzialità del rapporto con i clienti. E così, mentre l’Europa finge per l’ennesima volta di non vedere, tante aziende continuano a fuggire a pagare meno tasse al di là dei confini.

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