in

Il balletto della riapertura: da noi confusione totale, negli altri Stati è tutto già chiaro

Congiunti o non congiunti? I bar sì i bar no. Lo sport forse, con o senza mascherina? Boh! Estetisti, parrucchieri e ristoranti? E chi lo sa. Questa è la sintesi della Fase 2 inaugurata da Conte. Nessuno sa niente. La riapertura è l’ennesima falsa partenza in cui a perdere sono tutti. Siamo tutti. Ma è solo in Italia che funziona così, tranquilli. Negli altri Stati hanno le idee piuttosto chiare e un programma ben definito. Lo racconta Patrizia Floder Reitter su La Verità. “Con che cosa, quando, dove, perché parte la Fase 2, fuori dall’Italia viene deciso senza balbettii. Anche per affermare che non è ancora arrivato il momento, come ha fatto nel Regno Unito Boris Johnson, invitando alla cautela. Il Covid-19 ‘è un aggressore inatteso e invisibile nel suo assalto fisico, come posso dirvi per esperienza personale’, ha detto nel suo primo discorso alla nazione dopo la guarigione, gli inglesi hanno ‘iniziato a metterlo al tappeto’, ma serve prudenza perché un secondo picco ‘sarebbe un disastro economico’. Il primo ministro britannico ha dichiarato che, pur comprendendo ‘l’impazienza’ del mondo economico perché il lockdown termini, prima di avviare una fase due il Regno Unito dovrà rispettare cinque condizioni: calo del numero dei morti, protezione del servizio sanitario nazionale (Nhs), calo del tasso di diffusione dell’infezione, soluzione delle sfide sui teste sui Dpi, garanzia di evitare un secondo picco”.

Johnson, dunque, si è rifiutato di fare previsioni su quali restrizioni potrebbero essere revocate e ha evitato di dire quando si tornerà alla “nuova normalità”, come la definiscono i ministri inglesi. Ma almeno lo ha detto chiaro e tondo. La Danimarca, al contrario, è stata il primo Paese Ue a riaprire il 15 aprile con asili nido, scuole materne ed elementari, pochi giorni dopo era stata concessa la riapertura di parrucchieri e sin da 12 maggio di altri piccoli negozi o attività. E almeno, anche loro, hanno deciso. Scrive Floder Reitter: “In Austria la fase due è cominciata il 14 aprile, con la riapertura di piccoli negozi, officine, tabaccherie, trasporto pubblico, obbligando a mascherine e a rispettare la distanza minima gli uni dagli altri. Dal primo maggio toccherà a parrucchieri, negozi di più grandi dimensioni e centri commerciali, il 4 maggio ria riapriranno le scuole di ogni ordine e grado”.

Dal 20 aprile la Norvegia ha riaperto gli asili “e in questi giorni riprenderanno a funzionare le università, rimangono vietati invece festival, eventi e sport almeno fino al 15 giugno. Da ieri è ripartita la Svizzera, che durante la fase uno non aveva mai vietato alla popolazione di uscire di casa malgrado l’alto numero di contagiati (29.164) e dei de-cessi (1.640) su 8,6 milioni di abitanti. Il Consiglio federale ha chiuso bar, ristoranti, scuole e negozi non di alimentari, ma ha permesso le passeggiate invitando solo a limitare gli spostamenti”. Pure la Germania non aveva imposto l’obbligo di restare a casa e dal 20 aprile sono state autorizzate le riaperture dei negozi con superfici fino a 2.500 metri quadrati, delle librerie, di venditori di bici e auto. E il 14 maggio riapriranno le scuole tedesche”.

Bene anche l’Olanda, il Belgio e la Francia, che presenta il suo piano di rallentamento del lockdown, contenente misure pratiche relative a salute pubblica, riapertura delle scuole, ritorno al lavoro, imprese, trasporti, attività culturali e religiose. “La Spagna, ha cominciato la fase due il 14 aprile facendo ripartire le attività nelle principali industrie, nei cantieri edilizi, negli uffici che non sono a diretto contatto con il pubblico. Da domenica sono state allentate le restrizioni per i minori di 14 anni”. Ora, al netto di tutto questo è lecito chiedersi: e l’Italia guidata da Conte?

Ti potrebbe interessare anche: Benetton, addio revoca delle concessioni! Neanche il coronavirus ferma le trame del potere

Scarcerazione del boss della mafia e ora il capo dei carceri rischia la poltrona

Un dipendente su due in cassa di integrazione. Ma 500mila perderanno il posto