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Dov’è finito il M5S? Dallo show di Grillo all’assemblea Eni alla riconferma di De Scalzi

Pubblicato il 22/04/2020 11:58 - Aggiornato il 23/04/2020 14:21

Era il 13 maggio 2015 quando Beppe Grillo si presentava davanti agli azionisti Eni a Roma iniziando il suo discorso così: “Avete dato vita per anni a un sistema corruttivo internazionale, un’attività criminogena messa in piedi fuori dai confini nazionali e in particolare nel continente africano”. E via a elencare indagini, processi in corso, sotto gli occhi sbalorditi dei presenti (qui il video sul canale de Il Fatto Quotidiano). Il Movimento Cinque Stelle, quello vero di una volta, che si scagliava contro i dirigenti, inchiodandoli di fronte alle loro responsabilità, senza paura. Un’epoca che sembra ormai lontanissima: i grillini di oggi lavorano alle nomine insieme ai colleghi di governo del Partito Democratico e si lasciano scivolare addosso, abbassando la testa, le accuse di uno di loro, Alessandro Di Battista, giustamente sbigottito nel vedere confermato Claudio Descalzi nel ruolo di amministratore delegato della stessa Eni.

Ecco, Descalzi. L’11 settembre 2014 un’altra esponente pentastellata, Paola Taverna, imbracciava la tastiera e andava all’attacco del governo: “Colpa loro se l’inquisito Descalzi è ancora lì” cinguettava infuriata su Twitter. Sei anni dopo il Movimento si è fatto maggioranza, è arrivato a occupare le poltrone, tante, del Parlamento. Perdendo però la sua carica eversiva, accettando di diventare sistema. Di quello spirito guerriero dei tempi andati sono rimasti pochi echi, sempre più flebili. E Descalzi è rimasto al suo posto, a simboleggiare il fallimento di una rivoluzione morta sul nascere. Con un’aggravante: ai tempi degli attacchi della Taverna l’attuale ad Eni era soltanto inquisito, oggi che i Cinque Stelle lo congelano al suo posto è nel frattempo imputato.

Dov'è finito il M5S? Dallo show di Grillo all'assemblea Eni alla riconferma di De Scalzi

Fa rabbia, vedere il Movimento piegarsi a queste logiche di potere. Fa ancora più rabbia se si pensa che a capo della squadra ministeriale dei Cinque Stelle c’è il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede. Della Giustizia, bene ribadirlo. Che non dice nulla ai colleghi democratici di fronte alla proposta di confermare, nella partita nomine, non uno ma ben due imputati (oltre a Descalzi, anche Alessandro Profumo per il caso Mps). Ormai si accetta tutto, pur di conservare la poltrona. Anche il lasciarsi alle spalle certe battaglie grazie alle quali si sono conquistati tantissimi voti, poi vanificati. La coerenza, questa sconosciuta.

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E d’altronde di coerenza è difficile anche solo parlare quando sui giornali capeggia il nome dell’ennesimo membro del magico circolo di Pomigliano d’Arco che ha fatto carriera. Carmine America, ex compagno di classe di Luigi Di Maio, approda infatti nel consiglio di amministrazione di Leonardo, ottenendo fama e uno stipendio da capogiro. Basta essere legato all’attuale ministro degli Esteri, insomma, e niente ti è precluso: potresti finire al Mise, come Salvatore Barca, o diventare titolare dello Sport come Vincenzo Spadafora. E la lista sarebbe ancora più lunga. Ma allora, di fronte a tutto questo, cos’è rimasto del Movimento 5S? Poco e niente. Chi se ne è reso conto, col tempo, è stato espulso (o sta per essere fatto fuori, come Corrao). Gli altri hanno nascosto la testa sotto la sabbia e accettato di essere diventati ingranaggi di meccanismi che un tempo dicevano di voler scardinare.

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