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Inchieste e intercettazioni choc: Autostrade truccava i report sulla sicurezza. Dati “ammorbiditi” anche dopo il crollo del Morandi

Mentre M5S e Pd, con la mediazione di Conte, cercano un compromesso per togliere qualcosa ai Benetton senza fargli troppo male, emergono altri dettagli inquietanti sulla gestione di Autostrade. C’era un disegno per edulcorare i test e le verifiche, per far sì che le criticità e i potenziali pericoli venissero sottovalutati. Il viadotto Pecetti, 132 metri su due campate, uno dei giganti dell’A26 finisce così al centro della prima grande svolta giudiziaria seguita alla tragedia del Ponte Morandi. La procura ricostruisce un quadro inquietante della gestione della sicurezza. Finiscono ai domiciliari Massimiliano Giacobbi di Spea, la controllata di Autostrade per le manutenzioni e la sicurezza, e due pezzi grossi di Aspi della direzione VIII tronco, Gianni Marrone e Lucio Torricelli Ferretti.

Inoltre, Maurizio Ceneri, Andrea Indovino, Luigi Vastola, Gaetano Di Mundo, Francesco D’antona e Angelo Salcuni vengono sospesi dai pubblici servizi per 12 mesi. Altri sei rimangono indagati a piede libero. Quindici in totale, tutti nel mirino dei pm.

Il 14 agosto 2018 il Morandi crolla, portando con sé il suo carico di morti e dolore. Cambia, questa sciagura, il modo di agire? Pare di no. Ed è questo a far rabbrividire. Dalle intercettazioni emerge che uno degli indagati, in un sussulto di dignità, ammonisce il suo interlocutore: “Non è possibile una superficialità così spinta dopo il 14 di agosto, vuol dire che la gente coinvolta non ha capito veramente un cazzo”. A cosa si riferisce?

Al viadotto Pecetti: i tecnici rilevano che si è rotto uno dei cinque cavi costituiti da trefoli intrecciati. Da quel momento scatta il tentativo, sempre nella ricostruzione dei pm, di negare la verità. Il cavo spezzato è uno dei tre principali. Però viene accreditata una ricostruzione alternativa e falsa: che in realtà sia uno dei due secondari, meno importante. Perché?

Perché così il pericolo viene attenuato e non si deve bloccare il transito ai mezzi più pesanti. Ed è così che nella notte tra il 21 e il 22 ottobre dell’anno passato, lì sopra transita un colosso da 141 tonnellate. Erano consapevoli, gli indagati, di quel che stavano facendo? Secondo gli inquirenti sì. E per evitare che le conversazioni telefoniche venissero intercettate, c’è anche chi ha usato il jammer, un dispositivo che le protegge. Quindi, un’ulteriore conferma.

L’altro caso, scoperto nelle prime fasi dell’indagine del Morandi – come riporta La Stampa – riguarda il viadotto Paolillo, che si trova sull’A16, in Puglia. Spiega la procura che è stato costruito in maniera differente rispetto al progetto, ma anche in questo caso si è cercato di occultare la verità.

Eppure, proprio per le differenze accertate, le relazioni di calcolo e di contabilità non potevano garantire nulla sulla reale sicurezza. E qui emerge un altro elemento choc dell’inchiesta. “C’è una disinvoltura degli indagati a modificare le relazioni tecniche – scrive il gip – in spregio alle loro finalità di sicurezza”.

Arriva anche la dichiarazione del presidente della Regione Giovanni Toti: “Quanto emerge sconcerta, in particolare chi amministra una città e una regione che hanno vissuto la tragica esperienza di ponte Morandi. Pretendiamo verità, processi brevi e pene esemplari per chi sarà giudicato responsabile. Genova, la Liguria e i familiari delle 43 vittime meritano verità e giustizia”.

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