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3,7 miliardi in meno in 5 anni: così l’e-commerce sta uccidendo i negozi italiani

Pubblicato il 30/06/2021 14:55

Esistono politici, soprattutto dalle parti del centrosinistra, che continuano a parlare di transazione digitale come di una panacea in grado di guarire l’Italia da ogni male, moltiplicando occasioni di lavoro e guadagni. Ed esistono commercianti, imprenditori, artigiani, che proprio a causa dei cambiamenti nelle abitudini dei consumatori rischiano di vedere andare in fumo il lavoro e le fatiche di una vita. Con dati sempre più allarmanti, che mostrano come alcuni settori rischiano di ritrovarsi a breve in ginocchio.

3,7 miliardi in meno in 5 anni: così l'e-commerce sta uccidendo i negozi italiani

Stando infatti al report “The shape of Retail: i costi nascosti dell’e-commerce” della società di consulenza globale Alvarez&Marsal, realizzato in collaborazione con Retail Economics, in tutta Europa saranno 35 i miliardi di euro “polverizzati dal cambiamento delle abitudini di consumo per effetto del Covid”. In Italia, per esempio, il commercio al dettaglio andrà incontro a una perdita di 3,7 miliardi di euro nel giro di cinque anni, a causa del passaggio dai canali fisici a quelli virtuali.

A pesare in negativo sulle imprese sarà la minore redditività dello shopping online rispetto a quello tradizionale, con l’Italia che, stando all’analisi condotta dalla società di consulenza, si ritroverà in cima alla classifica dei Paesi dove i margini di profitto dei venditori al dettaglio si assottiglieranno maggiormente. In quattro anni, la redditività del settore retail andrà calando dal 3,5% al 2,6%, con saldo negativo di 3,7 miliardi.

Sempre secondo lo studio, l’Italia sarà il Paese in cui questa penetrazione avverrà più velocemente rispetto al resto d’Europa, con un aumento stimato del 13,5% all’anno dal 2021 al 2025. Settori particolarmente colpiti saranno quello degli elettrodomestici e degli oggetti elettronici in generale, che hanno già visto uno spostamento verso le vendite online del 18,7%, i casalinghi con il 16% e l’abbigliamento con il 14,2%.

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