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Franco Baresi, l’altra faccia del Capitano: il patrimonio bruciato, il crac della banca e il Milan che non lo ha mai lasciato solo

Pubblicato il 31/07/2026 14:53

Sul rettangolo verde non sbagliava quasi nulla. Franco Baresi leggeva l’azione tre secondi prima di tutti gli altri, alzava la linea con un cenno del capo, decideva quando aggredire e quando aspettare. Era un muro, ma un muro intelligente.

Fuori dai novanta minuti, però, la sua storia è stata tutt’altro che lineare. Ne parla oggi, dopo la notizia della morte di Franco Baresi, il Quotidiano Nazionale. Dissesti economici, consigli sbagliati, contraccolpi patrimoniali e vicende giudiziarie hanno accompagnato la sua vita da ex calciatore, restituendo il ritratto di un uomo molto più vulnerabile di quanto la sua immagine pubblica lasciasse immaginare.

È una parabola che vale la pena raccontare, perché dice qualcosa di più ampio: quanto sia fragile una ricchezza sportiva quando incrocia il mondo degli affari opachi e della finanza speculativa. Non è successo solo a lui, ma nel suo caso il contrasto con la solidità mostrata in campo è quasi cinematografico.

Franco Baresi, storico capitano del Milan e vicepresidente onorario del club rossonero

Gli anni d’oro: quando il Capitano era tra i più pagati d’Italia

Durante la lunga carriera rossonera, chiusa nel 1997, Baresi è stato tra i calciatori più pagati della Serie A. I contratti firmati sotto la presidenza di Silvio Berlusconi, uniti ai ricchi accordi di sponsorizzazione di quegli anni, gli avevano permesso di costruire un patrimonio di primissimo ordine.

Il problema, come spesso accade, non è stato guadagnare. È stato quello che è venuto dopo. Con la fine dell’attività agonistica arriva infatti per ogni campione il momento più delicato: trasformare i guadagni in qualcosa che duri.

Tra la fine degli anni Novanta e i primi anni Duemila, Baresi entra in diverse iniziative commerciali, dal settore immobiliare a quello dell’abbigliamento. Nessuna di queste funziona come previsto. Una dopo l’altra si rivelano fallimentari, erodendo fette consistenti dei risparmi accumulati in vent’anni ai vertici del calcio europeo.

Il crac di Credieuronord

Il colpo più duro, però, arriva da un’altra direzione. Si chiama Credieuronord: un piccolo istituto di credito fondato nel 2000 e travolto quasi immediatamente dai debiti.

Come ricostruito dal giornalista d’inchiesta Gianni Barbacetto, Baresi figurò tra i clienti illustri rimasti incastrati nel rapido tracollo della banca. Lì perse somme importanti e, soprattutto, garanzie prestate su consiglio di intermediari e consulenti rivelatisi totalmente inadeguati.

Ed è proprio questo il filo rosso che attraversa tutta la sua vicenda extra-campo: la fiducia concessa a persone che non la meritavano. In campo Baresi non si faceva mai sorprendere. Nella vita, evidentemente, il meccanismo di difesa funzionava in modo diverso.

Il 2005, l’anno più difficile

Il punto di rottura, sul piano economico e d’immagine, arriva nel 2005. Nel marzo di quell’anno la Polizia Stradale dà esecuzione all’operazione Prestige Cars, smantellando un’organizzazione accusata di riciclaggio di vetture di lusso, falsità in atti e truffe legate a false finanziarie, per un valore complessivo superiore ai 2 milioni di euro.

Tra le persone arrestate con l’accusa di associazione per delinquere finalizzata alla truffa figura Maura Lari, all’epoca moglie di Baresi, indicata dagli inquirenti come presunto “ponte” per introdurre i promotori del raggiro negli ambienti vip milanesi. Un’accusa che i legali della donna hanno sempre respinto con forza.

Pochi mesi dopo, ad agosto, l’ex difensore finisce coinvolto in un filone d’inchiesta parallelo. Riguarda un raggiro ai danni di un gallerista d’arte di Torino, al quale erano state sottratte preziose tele, tra cui opere di Lucio Fontana. Secondo la Procura, quei quadri transitavano nell’abitazione dell’ex calciatore per fare da “garanzia” e aumentarne il valore percepito in vista della rivendita.

Per chiudere la vicenda ed evitare strascichi legali prolungati, Baresi opta per il patteggiamento: tre mesi di reclusione, convertiti contestualmente dal giudice in una sanzione pecuniaria di 5.900 euro.

Quanto è rimasto della fortuna accumulata

Tra sequestri, fideiussioni escusse e risarcimenti, il conto finale è pesante. Quelle vicende hanno provocato un drastico ridimensionamento delle sue disponibilità economiche, prosciugando gran parte del patrimonio costruito nei vent’anni di carriera.

Le proprietà immobiliari rimaste e un assetto finanziario stabile sono stati riorganizzati soltanto negli anni successivi. Ma per capire come sia stato possibile ricostruire occorre guardare a un elemento che nella vita di Baresi non è mai venuto meno.

Il Milan, l’unica cosa che non è mai crollata

Il club rossonero non ha mai voltato le spalle alla sua bandiera. Lo ha accolto prima come allenatore delle giovanili, poi gli ha conferito la carica di vicepresidente onorario, garantendogli stabilità professionale e un sostentamento economico solido.

Letto oggi, quel rapporto assume un significato che va oltre il semplice riconoscimento istituzionale. È stato anche una forma concreta di protezione verso un uomo che, lontano dal campo, si era ritrovato molto più esposto di quanto chiunque potesse sospettare guardandolo giocare.

Del resto, il legame era reciproco. Baresi al Milan aveva dato tutto: una carriera intera, una sola maglia, un solo numero. Il club, quando le cose si sono complicate, ha semplicemente restituito.

Perché per i tifosi resta il “Sei” per eccellenza

Ripercorrere le difficoltà patrimoniali e i passi falsi fuori dal campo non intacca minimamente la percezione che il mondo del calcio conserva di lui. Anzi, se possibile la completa.

Quelle peripezie finanziarie raccontano un uomo schivo, genuino e talvolta ingenuo nel concedere fiducia a chi non se la meritava. Un uomo che, forse, aveva speso tutta la sua diffidenza sui campi di Serie A e non gliene era rimasta abbastanza per il resto.

Ma per il popolo rossonero, e per chiunque lo abbia visto guidare la difesa con il petto in fuori e la testa alta, Franco Baresi resta il “Sei” per eccellenza: il simbolo di un’etica del lavoro, del rispetto per i compagni e di una dignità personale che nessuna tempesta economica è mai riuscita a scalfire.