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Cari imprenditori italiani, svegliatevi: Confindustria è vostra nemica

di Savino Balzano.

Pensare di poter lottare per i diritti dei lavoratori di questo Paese prescindendo dalle dinamiche europee è un errore. 

L’attuale drammatica condizione dei lavoratori italiani non è e mai potrà essere sovvertita in meglio, se non si scardina prima di tutto la gabbia europea: esattamente l’opposto di quanto il governo sta facendo in questi drammatici giorni. 

Il fatto è che il modello di lavoro da noi sognato, niente più e niente meno rispetto a quanto sancito in Costituzione, è assolutamente incompatibile con l’ingegneria istituzionale comunitaria: esclusa la competitività attraverso gli investimenti, inibita la concorrenza mediante le svalutazioni valutarie, non resta che erodere i prezzi mediante la drastica riduzione del costo del lavoro. 

Ovviamente, al fine di interporsi tra i lavoratori e una qualsiasi forma di partecipazione politica/sindacale, si è reso necessario, onde evitare reazioni al perentorio crollo delle retribuzioni, picconare i diritti politici del lavoro. Laddove tale picconamento diretto non era possibile, si è preferito minare ai diritti civili del lavoro (alcuni esempi: liberalizzazione del controllo a distanza, liberalizzazione del demansionamento, abolizione della reintegra) con lo scopo di porre il lavoratore in una condizione di tale ricattabilità, da indurlo alla rinuncia de facto all’esercizio delle sue prerogative sindacali, politiche e in senso lato democratiche

Concentrarsi sul lavoro, prescindendo dall’uscita necessaria dell’Italia dall’euro e dall’Unione europea, significa condannarsi al cortocircuito. Il modello costituzionale è incompatibile con quello comunitario, lo abbiamo detto, e provare a ripristinarlo nel contesto attuale significherebbe ritrovarsi in poco tempo in un imbuto che costituirebbe la migliore occasione per i detrattori della nostra Carta: i servi di Bruxelles avrebbero gioco facile nell’affermare che certi diritti, certi presidi, siano antistorici e «roba del secolo scorso» e sarebbe agevole per loro perpetrare l’inganno, dissimulando il fatto che sia proprio la loro maledetta Unione europea delle multinazionali a rendere non più perseguibili certi sentieri di civiltà. 

Sono in molti a giocare questo gioco: sicuramente quasi tutta la politica italiana (certamente tutta quella che non aderisce al progetto “Italexit”); il grande sindacato tradizionale (Landini che si sbraccia convulsamente per il MES e la Furlan che boccia la lotta per il ripristino dell’art.18 ne rappresentano un esempio assai indicativo); e poi c’è Confindustria. 

Recentemente, Marco Bonometti, presidente di Confindustria Lombardia, ha chiesto a gran voce di «rivedere i contratti di lavoro», «cancellare il decreto Dignità»: la soluzione pensata per uscire dal pantano post-COVID sarebbe, ancora una volta, quella della flessibilità (bella parola per dire precarietà) e quella dei contratti a termine. 

Dopotutto non ci si poteva aspettare nulla di diverso da uno che nell’agosto del 2018, in risposta all’emanazione del decreto Dignità, dichiarava: «Dovremmo davvero pensare a una marcia dei 40mila». 

Un’uscita profondamente infelice: la marcia dei 40mila rappresentò un momento rovinoso per la storia delle relazioni sindacali italiane e per la lotta in difesa dei diritti dei lavoratori. Era il 1980 e la Fiat si preparava a mettere in cassa integrazione a zero oltre 22mila operai e a licenziare quasi 15mila persone. Soltanto pochi mesi prima, l’azienda aveva messo in cassa integrazione per otto giorni quasi 80mila operai. A fronte di queste scelte, le organizzazioni sindacali (con l’appoggio del PCI di Enrico Berlinguer, di cui oggi ci si affanna indegnamente a rivendicare l’eredità) diedero il via a dure forme di resistenza e contrasto: lotta che a Mirafiori costò la vita all’operaio Vincenzo Bonsignore. 

Come reazione, i quadri dell’azienda (decisamente meno toccati dagli interventi di “razionalizzazione”) organizzarono una vera e propria contromanifestazione che prese appunto il nome di marcia dei 40mila (in realtà erano poco più di 10mila) in difesa delle scelte manageriali: un momento drammatico di divisione, nel quale il lavoro più tutelato si schierava contro quello in pericolo e in agitazione, al fine di costringerlo al silenzio. Ci riuscirono. 

Quale fosse il reale obiettivo di quella marcia non è del tutto noto: alcuni sostengono che i vertici aziendali fossero pronti ad accettare finalmente la nazionalizzazione di Fiat, ma quella manifestazione bloccò il processo e ciò che ne è derivato è storia, brutta storia. 

Certe dinamiche vanno lette sistematicamente: Confindustria persegue da sempre gli interessi europeistici di una certa imprenditoria, la grande imprenditoria finanziarizzata e multinazionale (anche se forse sarebbe meglio dire antinazionale), che punta tutto sulle esportazioni e pochissimo sul mercato regolato dalla domanda interna. Per perseguire questi obiettivi non può che porsi a tutela di tutti quei provvedimenti in materia di lavoro che sono interconnessi con le politiche comunitarie: precarizzazione dei contratti di lavoro, abbattimento delle retribuzioni, erosione dei diritti dei lavoratori dipendenti, sciacallaggio sfrenato sul lavoro autonomo, carneficina sociale. 

Si argomenta che queste politiche siano necessarie a creare occupazione: è falso! Nessun posto di lavoro si crea precarizzando: ammesso (e non concesso) che qualche sgasata ci sia stata, essa era riconducibile a fiumi di miliardi di agevolazioni e sgravi alle nuove assunzioni che sempre accompagnano queste misure di flessibilizzazione, proprio per drogare il mercato del lavoro e dare in pasto all’opinione pubblica qualche dato. Dati che non tardano a sgonfiarsi. Senza contare, poi, che tali incentivi altro non sono che l’ennesima forma di redistribuzione della ricchezza: dalla collettività alle tasche dei grandi colossi industriali. 

Si sostiene che queste politiche siano funzionali all’aumento della produttività: è falso! Nel 2018 si faceva giustamente notare che «a sentire la Commissione europea e il presidente della BCE Mario Draghi, che non perdo­no mai occasione di invocare le cosiddette “riforme strutturali”, in particolare la deregolamentazione del mercato del lavoro, ridurre i diritti dei lavoratori sa­rebbe una necessità impellente al fine di accrescere la produttività stagnante delle imprese. Eppure, se si giudicano i risultati della flessibilità, vediamo che essa non è stata accompagnata da un aumento del­la produttività ma, al contrario, da un drammatico crollo della suddetta. […] I dati sembrano indicare con chiarezza che la libera­lizzazione del mercato del lavoro non ha prodotto effetti positivi misurabili sulla produttività. Questo è in linea con i risultati di diverse ricerche, che di­mostrano che la produttività e l’innovazione sono correlate negativamente al grado di protezione lega­le dei lavoratori» (Fazi-Mitchell, Sovranità o barbarie. Il ritorno della questione nazionale, 2018). 

Qualche giorno fa, in questo articolo, denunciavamo una cesura profonda tra i vertici delle grandi organizzazioni sindacali e i lavoratori: questa stessa dinamica si ravvisa tra i vertici di Confindustria e l’infinito e operoso universo della piccola e media imprenditoria italiana, lasciata completamente sola da chi intende tutelare esclusivamente i grandi gruppi industriali e finanziari. La stragrande maggioranza della micro, piccola e media imprenditoria che vive di domanda interna (un buon 75-80 per cento delle imprese) – che in questi anni è stata falcidiata dalla crisi, insieme alla stessa domanda interna – merita una confederazione imprenditoriale che ne rappresenti davvero gli interessi e non che lavori apertamente contro di essi, come fa Confindustria.

C’è bisogno di una confederazione imprenditoriale che sia consapevole del fatto che non è erodendo ulteriormente i salari e i diritti dei lavoratori (che poi sono anche dei consumatori) che si rilancia l’industria italiana. Serve un’organizzazione datoriale convinta che il piano non possa che passare per la piena occupazione, attraverso gli investimenti pubblici e privati, prevedendo un ampio e incisivo ruolo dello Stato, il quale deve intervenire per creare un circolo economico virtuoso attraverso il sostegno alla domanda interna. Non è possibile dunque prescindere da un rifiuto totale di quella gabbia europea che soffoca, imbriglia e umilia lo Stato. L’unica ricetta possibile passa attraverso la garanzia dei diritti, della dignità e della libertà di tutti i soggetti in campo: lavoratori e imprenditori. 

Oggi dalla crisi si esce solo con la costituzione di un nuovo fronte del lavoro, inteso nel senso più ampio del termine: lavoratori dipendenti e autonomi, ma anche tutti quegli imprenditori sani che possono considerarsi, come disse Meuccio Ruini nel 1947 in sede di dibattitto costituente, «lavoratori qualificati che organizzano la produzione e non vivono, senza lavorare, di monopoli e privilegi». Sarebbe poi imperdonabile dimenticare tutte quelle persone che, pur avendone diritto, un lavoro non ce l’hanno e lo vorrebbero disperatamente. 

L’Italia ha bisogno di un fronte del lavoro che abbracci una visione etica e morale del diritto, che è nel sangue del nostro Paese, incisa nella Costituzione. Non c’è altra via perseguibile: nessun compromesso può essere concesso a chi prova ad allontanarci dalla nostra storia, dalle nostre lotte, dai nostri valori. 

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