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“A 16 anni pesa 34 chili”, ma a Roma mancano le strutture per l’anoressia. L’amaro sfogo di una mamma

Pubblicato il 13/03/2023 20:22 - Aggiornato il 13/03/2023 20:23

A 16 anni e mezzo pesa 34 chili appena. Un calvario che va avanti da tre anni, quello dell’anoressia, il terribile disturbo che affligge Francesca (il nome di fantasia scelto da Askanews per presentare la vicenda). Eppure, non riesce ad uscirne “non perché non voglia”, quanto piuttosto perché a Roma mancano le strutture dedicate, come racconta la mamma, Enrica. Le ragazze con disordini alimentari, quali l’anoressia o la bulimia – disturbi che sovente vanno di pari passo – negli ultimi venti o trent’anni rappresentano una vera emergenza, spesso taciuta o sottovalutata, anche se solo in Italia 9 donne, per lo più molto giovani, su 100mila si ammalano di anoressia; e altre 12 di bulimia. È anche, soprattutto, colpa di un sistema valoriale distorto e improntato al mero edonismo, in cui l’immagine prevale su qualsiasi altro aspetto della natura umana. È la società di oggi. Roma, una metropoli e una capitale, non consente di aiutare Francesca e le altre ragazze come lei. In realtà, un’unica struttura fornisce un supporto. Un supporto , necessariamente, frammentario quello messo in campo dal Cto di via San Nemesio: “il personale è poco, il bacino di utenza è tanto, l’ascolto delle ragazze è parziale”, ancora nell’amaro sfogo della madre della giovane. Manca, dunque, la continuità assistenziale. Ciò è gravissimo, particolarmente se consideriamo che, con la pandemia del Covid-19, l’anoressia, la bulimia e disturbi alimentari sono cresciuti a dismisura, sino a divenire la seconda causa di morte tra i giovani. (Continua a leggere dopo la foto)
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Il medico di base ha indirizzato la famiglia verso degli specialisti che potessero seguire Francesca privatamente sicché la famiglia “ha speso fior di quattrini”, ha spiegato il medico, peraltro senza grandi risultati, poiché la gravità della situazione imporrebbe il ricovero, un ricovero pressoché immediato. La struttura dedicata più vicina sarebbe a Soriano nel Cimino, nel viterbese, ma serve il placet della Asl di appartenenza della giovane. Essa, tuttavia, osserva dei parametri molto rigidi, nei quali non rientra il caso di Francesca: “È grave ma non in pericolo di vita”. Disperati, i genitori di Francesca altro non possono fare, al momento, che denunciare con forza una simile criticità. “Occorre aprire almeno una struttura residenziale a Roma, aumentare il personale, snellire l’aspetto burocratico, abbassare i parametri per il ricovero e la permanenza di qualche mese”, è la ragionevolissima, quanto triste, considerazione della mamma Enrica. (Continua a leggere dopo la foto)

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“La cosa che mi fa ancora più rabbia è che mia figlia chiede aiuto”. Ecco perché “giorno dopo giorno, si consuma sotto i miei occhi”, afferma la donna, parlando a nome di tutte quelle famiglie che vivono la stessa situazione. Una storia che dà i brividi.

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