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Perché le politiche della Bce non funzionano

di Luca Pinasco.

Christine Lagarde annuncia che la Bce potrà spingersi oltre il target del 2% d’inflazione. Una scelta fatta inseguendo in ritardo le politiche della Fed, nonostante già da tempo numerosi economisti, tra cui il Nobel Paul Krugman, si sono espressi sull’inutilità di tale ulteriore limite artificialmente inserito nella macroeconomia europea. 

Dovrebbe dunque essere una dichiarazione di primaria importanza quella del Governatore della Bce, eppure è inevitabile notare quanto assuma un tono tutt’altro che serio, dato che per anni non si è riusciti a raggiungere il target del 2% e adesso si vorrebbe addirittura oltrepassare. Perché tali politiche dovrebbero funzionare oggi? Cosa è cambiato rispetto ai precedenti anni di fallimenti nel raggiungimento degli obiettivi macroeconomici? Nulla. 

Il problema sono le politiche monetarie della Bce che così come vengono attuate oggi risultano essere completamente inutili, prova ne è il fatto che nonostante le continue emissioni di base monetaria nei vari programmi di acquisto titoli l’Italia si trova a rischio deflazione.

Da un lato il problema è teorico ed è insito nella logica economica dominante, che ancora oggi –nonostante la realtà dei dati la smentisca puntualmente- è convinta del fatto che l’inflazione sia esclusivamente un fenomeno monetario e che dipenda dalla quantità di moneta presente in un sistema. 

Dall’altro lato, il problema pratico consiste nel fatto che il meccanismo di trasmissione della politica monetaria (dal mercato della moneta a quello reale) fatta sul mercato secondario si è rotto, non ha più alcuna ragion d’essere in un contesto di crisi come quello attuale.

Tale meccanismo, da manuale, dovrebbe funzionare così: la Bce aumenta la base monetaria, dunque nel mercato della moneta cresce l’offerta di moneta la quale spinge al ribasso i tassi d’interesse; i bassi tassi d’interesse porteranno ad una crescita degli investimenti, i quali essendo una componente della domanda aggregata spingeranno quest’ultima al rialzo, portando il prodotto nazionale e i prezzi a crescere. Ecco come dal mercato monetario si passa a quello reale. 

Il perno del meccanismo è il fatto che il ribasso dei tassi d’interesse fa crescere gli investimenti. Questo, da un punto di vista teorico, dovrebbe accadere perché: 1) dati i bassi tassi le imprese potranno prendere a prestito denaro da investire a condizioni più agevoli 2) perché se i tassi sono bassi è più probabile che il ritorno dall’investimento che arriva dal denaro preso in prestito sia superiore al costo dello stesso denaro 3) perché dati i bassi tassi gli individui saranno meno propensi a risparmiare (bassi rendimenti su titoli) dunque investiranno di più.

In realtà, come già qualche anno fa notava Keynes, questo meccanismo non può funzionare in momenti di crisi: anche se i tassi sono bassi, perché mai le imprese dovrebbero investire dato che nessuno compra i loro prodotti in quanto c’è una bassa domanda aggregata? Il punto è proprio questo, la bassa domanda aggregata. Ecco perché il meccanismo di trasmissione della politica monetaria non funziona e i QE della Bce non riescono a produrre nessun risultato né sul prodotto nazionale né sui prezzi.

Quali politiche invece potrebbero produrre risultati in questi casi? Anche qui possiamo trovare la risposta nella teoria keynesiana: politiche monetarie espansive volte all’incremento diretto della domanda aggregata con il finanziamento della spesa pubblica. Monetizzare consistenti deficit per qualche anno porterebbe certamente alla crescita della domanda aggregata, dunque alla ripresa delle economie e ad un conseguente incremento dei prezzi.

Nel contesto europeo, a differenza delle altre economie avanzate, tali politiche sono vietate in quanto il principale paese della zona euro seguito dal blocco dei paesi del nord ha esigenze monetarie contrapposte rispetto alle nostre. Infatti alla dichiarazione della Lagarde –per quanto irrealizzabile come mostrato nell’analisi- ha immediatamente risposto la Bundesbank rimarcando la loro contrarietà a politiche ulteriormente espansive e chiedendo che la Bce rispetti il suo unico mandato, ovvero il mantenimento della stabilità dei prezzi.

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