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All’Italia serve un Teatro nazionale per la drammaturgia italiana contemporanea

di Alessandro Trigona.

Pier Francesco Pinelli è il nuovo direttore artistico del Teatro di Roma. Pinelli è una persona accorta, preparata, intelligente perfettamente in grado di svolgere il suo compito nel miglior modo possibile. Si può quindi stare tranquilli su questo. Ma la questione vera non è chi copra o non ricopra questa o quella carica ma il ruolo stesso che il teatro in generale, e quello di Roma in particolare, può e deve svolgere oggi, in epoca di pandemia. 

Una riflessione da avviare proprio nel momento in cui, a causa del COVID, su alcuni teatri privati stanno piovendo milioni di euro dando l’impressione, a causa di certe sperequazioni, che ci siano realtà di serie A e altre di serie B. Si dice sempre che bisogna fare in modo che tutto non finisca con l’essere la solita occasione persa nella convinzione che, consolidando i poteri consolidati, tutto cambi affinché non cambi nulla. 

Si faccia in modo che, almeno nell’ambito teatrale, così non sia. In attesa di una vera riforma dello spettacolo dal vivo, si potrebbe partire dall’Appello che alcuni anni fa il sottoscritto autore insieme a Maria Letizia Compatangelo, Angelo Longoni e Giuseppe Manfridi lanciarono all’allora ministro per i Beni artistici e culturali, onorevole Dario Franceschini, perché fosse fondato il Teatro nazionale della drammaturgia italiana contemporanea. 

Un teatro che, “per funzione”, avesse il compito di promuovere “la drammaturgia” (al singolare) italiana contemporanea allestendone spettacoli e presentando un cartellone che ne costituisse una vera e propria vetrina di qualità. Una drammaturgia, quella italiana, che mostra avere una grande vitalità e profondità artistica tanto da alimentare il cinema e l’audiovisivo italiano, direttamente attraverso adattamenti tratti da pièce teatrali, indirettamente fornendo loro penne di grande sensibilità e valore.

Un Teatro siffatto che non è un’invenzione patriottica, sciovinista, ma qualcosa di ben presente negli altri Paesi europei che tengono a valorizzare il proprio patrimonio artistico e culturale. Il Royal Court di Londra ne è un esempio e, non a caso, sforna talenti da Premio Nobel: Harold Pinter su tutti. 

Un Teatro a costo zero per la Pubblica amministrazione in quanto si tratta di destinare a tale specifica attività una entità di per sé già finanziata e sovvenzionata. 

A essere poi lungimiranti, si potrebbe anche recuperare il senso originale della legge 633 del 1941 sul diritto d’autore, lì dove prevedeva, ex articolo 175, che una percentuale minima del prezzo del biglietto, di quello di copertina di opere in pubblico dominio (c.d. pubblico dominio pagante) fosse destinato a finanziare l’attività artistica e culturale del Paese. 

Recuperandone lo spirito, è ipotizzabile che il Teatro nazionale della drammaturgia italiana contemporanea possa essere così sostenuto attraverso una quota derivante dalle rappresentazioni degli spettacoli, adattamenti, riletture di testi di autori in pubblico dominio quali Goldoni, Pirandello, Shakespeare e Molière. Non poco. 

Un Teatro che diverrebbe un vero e proprio laboratorio permanente dove giovani autori, attori, registi si forgerebbero nel loro scrivere, recitare, dirigere direttamente sulle assi di un palcoscenico, in una progettualità artistica di ampio respiro e non sporadica, affidata alle scelte di questo o quel direttore artistico, di questa o quella realtà teatrale pubblica o privata che sia. 

Anni fa, come autori, lanciammo un Appello in proposito che fu sottoscritto da un migliaio tra autori, scrittori, intellettuali, attori e registi e da qualche centinaio tra teatri, compagnie, associazioni, realtà culturali. Ne parlarono i giornali, i media. Una ragionevole proposta che parve poter essere positivamente accolta dall’allora ministro Franceschini. 

Incomprensibilmente poi la proposta fu accantonata ed entrò a far parte di quelle riforme tanto attese quanto disattese. Si potrebbe pensare oggi di riproporla nella speranza che finalmente sia possibile eludere quelle realtà che, per convinzione e/o interesse, siano contrarie. 

Per quanto riguarda la scelta dello spazio, individuarlo sta nella logica stessa delle cose. Il Teatro di Roma gestisce tre teatri: l’Argentina, il Valle e l’India. Proprio quest’ultimo potrebbe essere ideale a ospitare il Teatro nazionale per la drammaturgia (al singolare) italiana contemporanea, trasformandosi in una vera e propria officina e costituendo un vero e proprio polmone artistico e culturale di una Capitale, Roma, che da troppo tempo giace, Bella Addormentata, in uno stato comatoso. 

È ora che si svegli. 

Sull’Appello citato, informazioni su www.cendic.it/lappello/

*Autore e scrittore, membro della Commissione SIAE-Cinema e dell’esecutivo dell’Associazione Nazionale Autori Cinematografici (ANAC), esponente del costituendo Coordinamento AUT-AUTORI. 

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