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Chinnici: la Mafia e il “terzo livello”

Il 28 luglio del 1983 Palermo come Beirut: viene assassinato Rocco Chinnici, giudice istruttore. Salta in aria con unutobomba. La mafia dunque colpisce un magistrato di altissimo livello che stava indagando sul famoso terzo livello, quello del rapporto con il mondo politico.

Chinnici aveva inteso che la mafia aveva connivenze con le Banche, protezioni politiche e che il suo raggio di azione si estendeva agli appalti pubblici ed al mercato della droga con declinazioni internazionali. Aveva anche intuito che, per battere la mafia, era indispensabile un’alta specializzazione di conoscenza del fenomeno, con la sua raffinata intelaiatura, tessuta con la correità degli apparati corrotti dello Stato.

Ecco perché volle al suo fianco Giovanni Falcone, che prima di essere un magistrato con spiccate attitudini penalistiche, era, in primo luogo, un giudice fallimentare, capace dunque di conoscere di bilanci societari, di reati finanziari e soprattutto adeguato e preparato a comprendere la quintessenza dei segreti delle vestali bancarie. Si ricordi l’affidamento a lui del processo Spatola, che rappresentò la sua consacrazione professionale.

Aveva anche compreso che la mafia era la fucina indispensabile per riciclare denaro sporco,consentendo cosi la provvista per il mercato dell’usura, ma anche per capitalizzare le Banche, che fornivano fondi alle imprese, corrotte in gare di appalto truccate.Era un magistrato preparatissimo, con un carattere ruvido, ma con un altissimo senso dello Stato.Se la mafia è stata distrutta, il seme dell’albero rigoglioso, che ha dato come frutti Borsellino, Ayala, Grasso e soprattutto Falcone, fu gettato da lui.

Aveva individuato nei Salvo i famosi esattori, i finanziatori della mafia e quelli che avevano i legami con il mondo politico siciliano e costituivano la cerniera con Roma. Per questo con lui cambiano gli scenari e la mafia comprende che Chinnici rappresenta la spina dorsale. Ma dopo la sua morte nasce il mito di Giovanni Falcone.

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