
Nel deserto orientale del Turkmenistan, a Mary Province, i tecnici cinesi della CNPC stanno costruendo la quarta fase del giacimento di gas Galkynysh. Un contratto da 4,6 miliardi di dollari — 5,1 miliardi secondo le dichiarazioni di Turkmengaz — firmato tra China Petroleum Engineering and Construction Corporation e lo Stato turkmeno. 51 mesi di lavori, capacità aggiuntiva di 10 miliardi di metri cubi l’anno, nuovi pozzi di produzione e impianti di trattamento ultramoderni.
Il Galkynysh è il secondo giacimento di gas onshore più grande del mondo, secondo la consulenza energetica britannica Gaffney, Cline and Associates. Superato solo da South Pars, il campo condiviso tra Iran e Qatar. E il Turkmenistan, nel complesso, ha le quarte riserve di gas naturale al mondo.
Tutto questo gas — circa il 90% delle esportazioni turkmene — va in Cina. E dopo questa nuova fase, ne andrà ancora di più.
Nel frattempo, l’Europa stava a guardare.
Il gasdotto che la Cina ha costruito mentre l’Europa discuteva
La storia di come Pechino ha messo le mani sul gas dell’Asia Centrale è un caso di studio perfetto in geopolitica energetica. E non è una storia recente.
Il gasdotto Asia Centrale-Cina è stato inaugurato nel 2009. Da allora, come ha ricordato l’ex presidente turkmeno Gurbanguly Berdymukhamedov alla cerimonia di avvio dei lavori della Fase 4 — a cui AFP ha avuto accesso in via straordinaria — ha già consegnato 460 miliardi di metri cubi di gas. Quattrocentosessanta. Berdymukhamedov vuole arrivare a 65 miliardi di metri cubi l’anno di consegne totali.

Come riporta Hong Kong Free Press, che ha pubblicato il reportage AFP dalla cerimonia, alla presenza del vice premier cinese Ding Xuexiang sono stati organizzati spettacoli di danza con i colori nazionali dei due paesi, in una scena che era più simile a una celebrazione di matrimonio che a un accordo commerciale. Il messaggio politico era chiarissimo: il Turkmenistan è nell’orbita cinese. Definitivamente.
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La «vulnerabilità strategica» del Turkmenistan — e la nostra
Abzal Narymbetov, esperto di energia nell’Asia Centrale citato dall’AFP, sintetizza il problema con una formula che vale la pena citare: “Il paradosso del Turkmenistan è che man mano che le sue riserve provate di gas sono cresciute, il paese ha acquisito lo status di gigante del gas, ma non un grado comparabile di libertà nel monetizzare quelle riserve.”
E ancora: “Per il Turkmenistan, la Cina è insostituibile. Per la Cina, il Turkmenistan è solo uno dei diversi fornitori. Ecco perché la dipendenza da un singolo mercato non è solo una questione commerciale, ma una vulnerabilità strategica.”
Sostituite “Turkmenistan” con “Italia” e “Cina” con “mercati energetici internazionali”, e avete descritto perfettamente la nostra situazione. Anche noi dipendiamo da fornitori che possiamo sostituire solo parzialmente e con grande fatica. Anche noi siamo vulnerabili ogni volta che uno Stretto si chiude, una guerra scoppia, un accordo salta.
La differenza è che la Cina, in vent’anni, ha costruito un gasdotto reale attraverso il deserto e si è assicurata forniture sicure per decenni. L’Europa ha discusso, proposto, finanziato studi di fattibilità — e non ha combinato quasi niente.
I sogni europei: il gasdotto Trans-Caspio e la pipeline TAPI
L’alternativa europea al dominio cinese sul gas turkmeno esiste — sulla carta. Si chiama gasdotto Trans-Caspio: un’infrastruttura che dovrebbe attraversare il Mar Caspio, collegarsi all’Azerbaigian, e da lì portare il gas turkmeno verso l’Europa attraverso il Corridoio Meridionale del Gas.
Il problema? Non esiste ancora. Non ci sono accordi definitivi su chi la finanzia. Non ci sono contratti di lungo periodo che renderebbero il progetto economicamente sostenibile. Hong Kong Free Press, interpellata sulla questione la delegazione UE in Turkmenistan ha risposto con una frase che è un capolavoro di non-impegno: “Lasciamo la decisione su un potenziale gasdotto Trans-Caspio al Turkmenistan, all’Azerbaigian e/o ad altri soggetti interessati a investirvi finanziariamente.”
In italiano: non sono fatti nostri. Il mercato deciderà. Nel frattempo, la Cina firma contratti da cinque miliardi.
C’è anche il gasdotto TAPI — Turkmenistan-Afghanistan-Pakistan-India — che dovrebbe portare 33 miliardi di metri cubi l’anno verso il subcontinente indiano. Anche questo esiste sulla carta. Ma il tracciato passa attraverso l’Afghanistan, dove è ancora in costruzione, e dove la sicurezza del cantiere è un problema che non ha soluzione semplice.
Cosa c’entra tutto questo con la bolletta degli italiani
Può sembrare una storia lontana. Il deserto del Turkmenistan, i technocrati di Pechino, le dichiarazioni dell’ex presidente turkmeno arrivato in elicottero bianco. Roba da geopolitica accademica.
Invece no. È una storia che riguarda direttamente la bolletta del gas che pagate ogni mese. E il prezzo della benzina che trovate alla pompa.
L’Europa — e l’Italia in particolare — è cronicamente dipendente dalle importazioni di gas. Dopo lo stop al gas russo seguìto alla guerra in Ucraina, l’UE si è affannata a cercare alternative: GNL americano, gas norvegese, forniture nordafricane. Ma non ha mai costruito, in modo serio e sistematico, le infrastrutture necessarie per diversificare davvero verso l’Asia Centrale — che ha le riserve, ha la voglia di vendere, ma non ha un compratore europeo credibile.
La Cina sì. E lo ha fatto con metodo, pazienza e capitali. Mentre Bruxelles approvava regolamenti, emetteva direttive e organizzava vertici sull’energia rinnovabile, Pechino costruiva gasdotti nel deserto e firmava contratti trentennali.
Come spiega Gas Compression Magazine, la Fase 4 di Galkynysh porterà la produzione totale del giacimento da circa 35 miliardi di m³ annui a 45 miliardi — un aumento del 28% che andrà quasi interamente verso la Cina. Il contratto è finanziato interamente dal Turkmenistan, con CNPC che esegue i lavori in modalità chiavi in mano. Un modello collaudato, efficiente, che funziona.
Il risultato finale è che ogni anno che passa, la Cina consolida la sua posizione di acquirente dominante del gas dell’Asia Centrale. Ogni anno che passa, l’alternativa europea diventa meno praticabile — perché il Turkmenistan ha sempre meno incentivi a costruire infrastrutture verso ovest quando l’est già funziona.
E ogni anno che passa, l’Europa paga il gas un po’ di più, dipende un po’ di più dai mercati spot, è un po’ più vulnerabile a qualsiasi crisi geopolitica — da Hormuz al Donbass.
La Cina ha capito che l’energia è potere. L’Europa ha capito che l’energia è un mercato. Non è la stessa cosa. E a pagare la differenza siete voi.
