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Lavoro, molte aziende licenziano anche se è vietato: ecco come fanno. E il governo tace

Malgrado in Italia al momento vi sia una legge che blocca i licenziamenti fino al 17 agosto a causa dell’emergenza innescata dal Covid-19, e malgrado vi siano tutta una serie di strumenti tesi a tutelare i lavoratori, in realtà molte aziende e datori di lavoro riescono ad aggirare le leggi per lasciare a casa i lavoratori, soprattutto nei momenti di vera crisi. È dunque fondamentale che si intervenga in questa direzione, perché è inammissibile che migliaia di persone possano ritrovarsi senza lavoro da un giorno all’altro e senza nemmeno essere tutelati. Ci sono infatti una serie di “escamotage” che a cui fanno ricordo molte aziende per licenziare. Ivana Veronese, segretaria confederale Uil, commenta all’Espresso: “Abbiamo avuto tante segnalazioni di questo tipo, che ovviamente abbiamo impugnato. Alcuni imprenditori hanno agito velocemente, all’inizio dell’emergenza”.

Nel bel mezzo dela pandemia, dunque, sono centinaia di migliaia le persone rimaste senza un lavoro o con redditi quasi dimezzati. Quali sono gli strumenti che permettono adi aggirare la legge? “Dimissioni volontarie”, “risoluzioni consensuali dei rapporti di lavoro”, “sospensioni” da lavoro e stipendio. A farne le spese sono maggiormente le donne. Il vero dramma si consuma nei settori della ristorazione e del commercio. Nel suo articolo pubblicato sull’Espresso, Andrea Palladino riporta alcuni casi simbolo di questa pratica. Gran parte dei lavoratori ha contratti part-time, con uno stipendio di circa 750 euro al mese, ma con il lockdown molti lavoratori sono stati messi in cassa integrazione, cioè soldi che, in molti casi, non sono mai arrivati. E la gran parte delle aziende ha scelto di non anticipare gli ammortizzatori sociali, scaricando l’onere sull’Inps.

Il contratto multiservizi, che regola ad esempio il lavoro delle addette alle mense (tra le più colpite in assoluto), prevede la sospensione dallo stipendio nel periodo della chiusura delle scuole. Spiega Palladino: “Si entra in un limbo, dove formalmente rimani dipendente, ma con busta paga pari a zero. Non puoi accedere alla Naspi, da fine giugno a metà settembre non prendi nulla. Ci sono casi di dimissioni incentivate di lavoratrici madri – come racconta Roberto Iovino, segretario generale della Cgil del Lazio – e uscire ora dal mondo dell’impiego significa rischiare una disoccupazione difficile da risolvere”.

In tutto questo, i lavoratori più colpiti sono i precari, assunti con contratti a termine. “Le assunzioni, nel primo trimestre 2020, si sono contratte del 24%, mentre sono diminuite del 26% le trasformazioni da tempo determinato a tempo indeterminato. Dietro alcune dimissioni volontarie o concordate – non vietate dai decreti Covid – si sono nascoste pressioni da parte delle imprese o abbandoni del posto di lavoro per una situazione economica divenuta insostenibile. Tra i racconti che L’Espresso ha raccolto ci sono, ad esempio, storie di giovani lavoratori invitati dall’azienda a presentare le proprie dimissioni lo scorso maggio, con la giustificazione di commesse non più arrivate. Niente cassa integrazione – per motivi a volte di semplice immagine dell’azienda, che non voleva apparire in crisi – un bonus di 2 o 3 mensilità e la porta d’uscita aperta davanti a sé”.

Il turismo, il commercio, lo spettacolo e i servizi. Anche in questi settori la fine dei rapporti di lavoro, attraverso dimissioni più o meno volontarie, è il sintomo più preoccupante. “Pensiamo ai camerieri – spiega ancora Roberto Iovino all’Espresso -. Molto spesso hanno contratti part-time, con circa 750 euro netti un busta paga. Con il lockdown questi lavoratori sono andati praticamente tutti in cassa integrazione: il che vuol dire, per loro, prendere poco più di 400 euro al mese”. Tradotto: si torna a casa dei genitori, sperando che almeno loro qualche sussidio ce l’abbiano. Si stanno ammazzando almeno due generazioni. È tempo di muoversi, di fare qualcosa di concreto.

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