
Giovedì 1° maggio scade il taglio delle accise sui carburanti. Ventiquattro virgola quattro centesimi al litro in meno su benzina e diesel — la misura introdotta dal governo Meloni a marzo per tamponare l’esplosione dei prezzi legata alla crisi dello Stretto di Hormuz. Dal 2 maggio, se il Consiglio dei Ministri non si riunisce e non proroga la misura, quei 24,4 centesimi tornano sul prezzo che pagate alla pompa. Immediatamente.
I numeri sono semplici e brutali. Prendendo i prezzi di oggi, domenica 26 aprile, al self-service:
La benzina passa da 1,736 euro a 1,976 euro al litro in strada. In autostrada da 1,786 a 2,026 euro al litro — oltre la soglia psicologica dei due euro.
Il diesel passa da 2,062 euro a 2,302 euro al litro in strada. In autostrada da 2,177 a 2,417 euro al litro.
Non sono previsioni catastrofiste. Sono calcoli aritmetici: prezzo attuale più 24,4 centesimi. Chiunque abbia un foglio di carta può farlo.
L’Italia col diesel più caro d’Europa
Il dato che dovrebbe far arrabbiare chiunque è questo: senza la proroga del taglio delle accise, il gasolio italiano diventerebbe il più caro dell’intera Unione Europea. Non uno dei più cari — il più caro.
Nella settimana tra il 13 e il 20 aprile, il prezzo medio del diesel in Italia aveva già raggiunto i 2,358 euro al litro — superando Paesi Bassi a 2,296 euro, Finlandia a 2,245 euro e Francia a 2,244 euro. Questo con il taglio delle accise ancora in vigore. Senza, il divario si allargherebbe ulteriormente.
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Il Codacons lo aveva già segnalato. Il Sole 24 Ore lo aveva calcolato. La realtà è che l’Italia paga il carburante più degli altri paesi europei per una combinazione di fattori: accise storicamente elevate, una filiera distributiva inefficiente, e ora la crisi geopolitica di Hormuz che ha fatto esplodere il prezzo del greggio a livello globale.
Quel greggio che l’Italia importa. Che le nostre famiglie pagano ogni volta che fanno il pieno. Che i camionisti, i corrieri, gli artigiani, i contadini, i pescatori usano ogni giorno per lavorare.
Quanto avete già perso rispetto all’anno scorso
Non aspettate il 2 maggio per sentire il peso dei rincari. Lo state già pagando. Rispetto al 2025, il diesel costa già quasi il 30% in più. La benzina circa il 2% in più. In media, un pieno intero di diesel costa oggi 23 euro in più rispetto all’anno scorso. Un pieno di benzina 1,8 euro in più.
Per una famiglia con due auto che fa il pieno due volte al mese ciascuna, stiamo parlando di quasi 50 euro al mese in più solo di carburante. 600 euro l’anno. Soldi sottratti alla spesa, alle bollette, ai risparmi. Soldi che non tornano indietro.
E questi sono i numeri con il taglio delle accise. Moltiplicateli mentalmente per lo scenario senza proroga.
Quasi 1 miliardo in 45 giorni: ecco perché il governo esita
Il problema del governo non è la volontà politica — tutti vogliono tenere i prezzi bassi, almeno a parole. Il problema sono i soldi. Il taglio delle accise, attivo dal 19 marzo al 1° maggio, è costato alle casse dello Stato quasi 1 miliardo di euro in 45 giorni. Meno di 800 milioni al mese, ma comunque una cifra enorme.
Prorogarlo significa trovare quella copertura ogni mese. In un momento in cui il governo Meloni sta già cercando risorse per il Piano casa e per il decreto contro il lavoro povero, e in cui i margini fiscali sono compressi dalle regole europee sul patto di stabilità, non è una decisione automatica.
Matteo Salvini, ministro delle Infrastrutture, ha detto chiaramente che la proroga da sola non basta — e che l’Europa dovrebbe permettere all’Italia di intervenire in modo più strutturale sospendendo il patto di stabilità. Le sue parole sono state nette: “O l’Europa ci permette di aiutare, o aiutiamo fregandocene di quello che ci dice l’Europa.”
Parole forti. Ma nel frattempo il Consiglio dei Ministri deve riunirsi, decidere e firmare. E mentre i giorni passano, la scadenza si avvicina.
Il 25 maggio gli autotrasportatori bloccano l’Italia
C’è una conseguenza che va oltre il prezzo alla pompa e che rischia di colpire l’intera economia. Gli autotrasportatori — quelli che portano la merce nei supermercati, nelle fabbriche, nei cantieri — sono già al limite. Il taglio delle accise sul diesel non arriva direttamente sui loro bilanci nel modo in cui dovrebbe, perché la struttura tariffaria del settore non si aggiorna in tempo reale.
Il risultato: il blocco di 120 ore degli autotrasportatori già avvenuto. E uno sciopero di una settimana — dal 25 al 29 maggio — già convocato. Se i camion si fermano per sette giorni, non è solo un disagio per chi aspetta un pacco a casa. È il blocco della catena di approvvigionamento di un Paese intero. Come ha detto Salvini: “Significa tornare ai tempi del Covid e chiudere.”
Federconsumatori è ancora più diretta: il governo sta deludendo le aspettative dei cittadini. Gli annunci roboanti non bastano. Serve un intervento concreto, immediato, che scongiuri rincari a cascata su tutti i beni di largo consumo — perché tutto quello che si muove su gomma diventa più caro quando il diesel sale.
Chi paga il conto di Hormuz
C’è una domanda che nessuno fa, o che fa finta di non fare. Chi sta guadagnando da questa crisi energetica? Gli Stati Uniti, che esportano petrolio a livelli record mentre Hormuz è bloccato. I paesi produttori del Golfo, che vendono a prezzi più alti. I fondi speculativi che shortano le valute dei paesi importatori di energia.
Chi paga? L’Europa. L’Italia in particolare, con il suo mix tossico di alta dipendenza dall’import energetico, accise storicamente elevate e scarsa capacità di negoziazione geopolitica. E alla fine della catena, come sempre, paghiamo noi. Al distributore. Al supermercato. In bolletta.
Il taglio delle accise è un cerotto su una ferita che richiede un’operazione. È una misura necessaria nell’immediato, ma non risolve il problema strutturale: l’Italia non ha una politica energetica degna di questo nome. Non ha diversificato abbastanza le fonti. Non ha costruito le infrastrutture per importare GNL in modo competitivo. Non ha una presenza geopolitica che le permetta di sedersi al tavolo dove si decidono i prezzi del petrolio.
Quello che ha è un Consiglio dei Ministri che deve decidere entro giovedì se prorogare uno sconto che costa un miliardo al mese — mentre Bruxelles dice no agli scostamenti di bilancio e gli autotrasportatori contano i giorni allo sciopero.
Il 2 maggio la pompa di benzina non mente. Scoprirete quella mattina se qualcuno si è ricordato di voi.
