Evaristo Beccalossi addio: morto il numero 10 dell’Inter a 69 anni
Evaristo Beccalossi, una delle bandiere più amate dell’Inter, è scomparso nella notte tra martedì 5 e mercoledì 6 maggio presso la clinica Poliambulanza di Brescia. L’ex centrocampista nerazzurro avrebbe compiuto 70 anni il prossimo 12 maggio. Da oltre un anno le sue condizioni di salute erano critiche, a seguito di un grave malore accusato a gennaio 2025 che lo aveva portato in coma per un lungo periodo.
Una bandiera dell’Inter: gli anni gloriosi
Beccalossi resta indissolubilmente legato alla storia gloriosa dell’Inter. Con la maglia nerazzurra ha vinto lo scudetto nel 1980 e una Coppa Italia due stagioni dopo, nel 1982. Ma il suo nome rimarrà per sempre associato a un momento magico della storia nerazzurra: la straordinaria doppietta realizzata nel derby contro il Milan nell’autunno del 1979, proprio l’anno dello scudetto.
Quella partita, giocata sotto un diluvio che infradiciava San Siro, consacrò definitivamente il “Bec” come uno dei giocatori più rappresentativi della squadra lombarda. Due gol che il pubblico della Curva Nord non ha mai dimenticato, due marcature che raccontano la qualità tecnica e l’estro di un giocatore straordinario.
Il numero 10: eredità pesante e responsabilità

Portare il numero 10 all’Inter negli anni Ottanta significava ereditare il peso di leggende assolute. Prima di Beccalossi, quella maglia era stata indossata da nomi pesantissimi: Mariolino Corso, Luis Suarez e Sandro Mazzola. Eppure il “Bec” non solo ha retto il confronto, ma ha anche scritto pagine importanti della storia nerazzurra.
Insieme al suo compagno di attacco Sandro Altobelli, Beccalossi formava una coppia affiatata e letale che i tifosi soprannominarono “i gemelli del gol”. Come raccontò lo stesso Beccalossi in un’intervista, “vivevamo in simbiosi, mai provato uno schema, eppure ci studiavano per capire i nostri scambi”. Era quella la caratteristica del calcio di quel periodo: non era solo tecnica, era visione di gioco, creatività e intuizione condivisa.
L’uomo oltre il calciatore
Dopo il ritiro dal calcio professionistico, Beccalossi non ha mai abbandonato Milano e nemmeno il quartiere che circonda San Siro, quello che si vedeva dalla finestra di casa sua. Ha intrapreso anche una breve esperienza politica con l’UDC, ma la sua vera passione rimase sempre il calcio e la formazione dei giovani.
A lungo ha lavorato con le squadre giovanili dell’Inter e della Federcalcio, assumendo nel 2018 il ruolo di Capo Delegazione delle giovanili. Proprio in questa veste, tre anni fa ha contribuito a riportare l’Under 19 alla conquista degli Europei. Ai giovani calciatori ripeteva sempre il suo insegnamento: “Oltre a schemi e allenamenti, la differenza la fa la testa, il modo di porsi in campo e fuori dal campo”.
L’eredità di un campione
Il presidente della FIFA Gianni Infantino, notoriamente tifoso dell’Inter, aveva parlato di Beccalossi solo due mesi fa con ammirazione, dicendo: “Era un dieci che ci faceva sognare, e a volte… beh, faceva cose delle quali non posso parlare”. Parole che racchiudono perfettamente l’aura di genio e imprevedibilità che circondava il numero 10 nerazzurro.
Beccalossi ha passato tutta la vita nel quartiere di San Siro, in quella Milano che lo ha visto diventare una leggenda. Prima di arrivare all’Inter aveva giocato nella sua Brescia, con la Sampdoria (dove vinse un’altra Coppa Italia), e anche a Monza e Barletta. Ma è a Milano e con i colori nerazzurri che ha lasciato il segno indelebile.
Il declino e l’addio
Il malore di gennaio 2025 ha segnato l’inizio di un difficile declino per il campione. Il lungo periodo di coma dal quale si riprese parzialmente, ma le sue condizioni di salute rimasero critiche fino alla scomparsa. Negli ultimi mesi, lontano dai riflettori ma non dai cuori dei tifosi nerazzurri, ha combattuto una battaglia che non è riuscito a vincere.
Con la morte di Evaristo Beccalossi scompare uno degli ultimi testimoni viventi della grande Inter degli anni Ottanta, un periodo glorioso che rimane ancora oggi uno dei capitoli più felici della storia del club. La Curva Nord perde una delle sue figure più amate, il calcio italiano perde un’altra pietra miliare della sua leggenda.

