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Nature sbugiarda Pfizer: “Ecco i rischi dell’mRNA.” Lo studio choc di Cambridge

Pubblicato il 13/12/2023 16:42 - Aggiornato il 13/12/2023 16:43

I vaccini contro il Covid-19 sono stati i primi farmaci approvati basati sull’Acido ribonucleico messaggero, che conosciamo con l’acronimo mRNA, in pratica sperimentati sulla nostra pelle: la pandemia ha messo sotto i riflettori una biotecnologia studiata a lungo, ma il suo utilizzo per i vaccini è stato aspramente criticato dallo stesso scopritore di tale biotecnologia, Robert Malone, sin da subito. A chi intendesse replicare citando il premio Nobel accordato a Katalin Karikò e a Drew Weissman, per le ricerche sull’mRNA, ricordiamo le dichiarazioni in cui i due ammettevano che esso potesse accelerare lo sviluppo del cancro e che alcuni danni collaterali sarebbero potuti emergere tardivamente. Riconoscere i limiti è il primo passo delle innovazioni farmacologiche importanti, e “limiti” in questo caso è solo un eufemismo. I farmaci a mRNA sintetizzano proteine inaspettate, si apprende, solo ora, da Nature, la rivista scientifica più prestigiosa del pianeta: uno studio pubblicato lo scorso 6 dicembre indaga, infatti, il complesso meccanismo di produzione proteica attraverso la tecnologia mRNA. (Continua a leggere dopo la foto)
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Cos’è lo “scivolamento ribosomiale”

Magari ci sarà sfuggita, ma tale sensazionale ricerca viene menzionata esclusivamente sul portale d’informazione Byoblu. Ad ogni modo, lo studio frutto del lavoro dell’Unità di tossicologia dell’Università di Cambridge, un centro d’eccellenza mondiale, porta i suoi autori a sostenere: “Nonostante il loro uso diffuso, sorprendentemente poco si sa su come la modificazione del ribonucleotide influenzi la sintesi proteica, in particolare per la traduzione di mRNA terapeutici”. A noi profani viene in soccorso Marco Cosentino, docente di farmacologia presso l’Università dell’Insubria di Varese-Como: “Quello che viene studiato in questo lavoro è essenzialmente ciò che viene definito lo “scivolamento”, l’inciampo del ribosoma – spiega il professor Cosentino –, che leggendo la catena di Rna in maniera casuale salta una base e di conseguenza legge tutto il resto del codice in maniera del tutto differente, producendo una proteina diversa”. I ricercatori, dunque, hanno scoperto e acclarato che, attraverso il meccanismo denominato “scivolamento ribosomiale”, i farmaci a mRNA possono indurre la produzione di proteine indesiderate, secondo criteri e requisiti pressoché casuali, che sono a loro volta in grado di attivare imprevedibilmente il sistema immunitario. Imprevedibilmente, lo ripetiamo. (Continua a leggere dopo la foto)
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Foto: la proteina Spike

Non solo Spike: le proteine “inaspettate”

Questo vuol dire che anche il vaccino a mRNA porta alla produzione non già della famosa – famigerata – proteina Spike, ma di altre non meglio definite, che probabilmente sono in grado di stimolare il sistema immunitario. Lo studio si è articolato in tre fasi: una fase in vitro; esperimenti sui ratti; il raffronto e la comparazione tra 20 persone immunizzate con il vaccino Pfizer e altre 20 con Astrazeneca. Ora, ci sembra giusto citare alla lettera il seguente passaggio dello studio di Cambridge: “Sebbene non vi sia alcuna prova che i prodotti frameshifted negli esseri umani generati dalla vaccinazione Pfizer siano associati a esiti avversi, per l’uso futuro della tecnologia mRNA è importante che la progettazione della sequenza di mRNA sia modificata per ridurre gli eventi di scivolamento ribosomiale”.  Detto brutalmente e in sintesi, i ricercatori ipotizzano che la proteina Spike del vaccino circoli nell’organismo dei vaccinati – tecnicamente si parla di biodistribuzione – e non si fermi nei pressi del sito di inoculazione, ovvero la regione del deltoide, come invece ritenuto finora.(Continua a leggere dopo la foto)

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Urge una riflessione

Da qui in poi, ancora nelle considerazioni di Marco Cosentino, “si può aprire una serie di riflessioni e di discussioni sulle incertezze e sulle incognite insite in questa tecnologia sviluppata, come ormai siamo usi dire, alla velocità della scienza”. Per concludere, è appena il caso di precisare che lo studio si concentra sulla tecnologia delle basi azotate modificate usata nei prodotti mRNA, ovvero esattamente la tecnologia che è valsa il premio Nobel della medicina 2023 ai già citati Katalin Karikó e Drew Weissman.

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