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Nessuna retorica fermerà la rabbia di chi perderà il lavoro

Pubblicato il 20/04/2020 19:27 - Aggiornato il 20/04/2020 19:29

di Gianluigi Paragone

Ho poche certezze su cosa accadrà dopo il lockdown tranne una: il buonismo retorico dell’unità nazionale non reggerà a lungo. Ha potuto tenere nelle prime settimane, con gli inni cantati assieme da palazzo a palazzo, con le bandiere esposte fuori dai balconi, con un senso di responsabilità enorme per non vanificare lo sforzo dei medici e degli infermieri in prima linea nelle terapie intensive; ma la clessidra della pazienza è agli ultimi granelli di sabbia. 

Dopo l’unità nazionale arriva l’io. L’io lavoratore, l’io genitore, l’io imprenditore, l’io come persona che si vuole riprendere i suoi spazi e le sue libertà.
L’io del pizzaiolo che, conformemente alle regole, ha tenuto chiusa la propria attività e che dopo un mese si ritrova con una bolletta del gas di quasi quattromila euro, come è accaduto alla pizzeria Salvo.
L’io di Veronica, partita iva “per lavorare come dipendente in uno studio di architettura”, che non ha ancora ricevuto i 600 euro promessi dal governo nonostante tutto sia in regola, “e mi spiace dover chiedere ancora i soldi della pensione a mio papà, che tra l’altro non posso nemmeno abbracciare per il sacrificio che fa”. 
L’io di Marianna e Francesco che mi scrivono perché la “loro” azienda ha già fatto capire che non riprenderà le attività e temono che nessun altro imprenditore prenderà mai lavoratori più vicini ai cinquanta che ai quarant’anni.
L’io di Matteo, imprenditore agricolo che, credendo alle parole del premier, è andato in banca per la garanzia e ha dovuto fare i conti con gli impegni già presi tempo fa quando c’era un’altra crisi da superare.
L’io di Michela, commerciante di biancheria intima, che deve fare i conti con le tasse che arrivano e poco gli importa se la decisione del governo va verso la direzione di non farle pagare le sanzioni e le more del ritardo: “Non hanno capito che tanto qui si chiude!”.

L’io di Tobia, titolare di un negozio aperto dal nonno, che non sa come pagare i fornitori: “Il sistema in linea di massima si regge con assegni con scadenza mensili per tutto il periodo della stagione primaverile che finora abbiamo onorato in tanti anni di attività. Tutte le misure emanate dal governo non hanno tenuto conto di tale problematica, pertanto chiediamo che si adoperino a disporre un accorgimento tecnico che blocchi per un lungo periodo di tempo i protesti per tale causa e le relative segnalazione sul sistema di informazioni creditizie Sic. Senza incassi non possiamo far fronte alle incombenze di vario titolo”.
L’io di Carlo, titolare di piccoli alberghi, che conosce i propri dipendenti (<Tutti in regola>) uno per uno perché “sono cresciuti con me”, che nonostante l’ottimismo romagnolo non riesce proprio a vedere una via d’uscita e si sta seriamente domandando “se non convenga chiudere adesso, senza sofferenze, e non tra qualche mese quando poi dovrò fare i conti con i buchi di cassa, la burocrazia, le banche, Agenzia delle Entrate…”.
L’io di Elisabetta, che tiene su una piccola officina meccanica, alla quale arrivano gli avvisi bonari che guarda casa nessun decreto ha inserito nell’elenco delle sospensioni, un’altra tegola che le impedisce di stare a galla dopo il sudore, le lacrime e i sacrifici di chi ha resistito nelle crisi precedenti. L’io di Marinella ambulante, l’io di Francesca musicista e insegnante di musica, l’io di Biagio imprenditore nel settore balneare. L’io di Francesca infermiera o Alessandra medico le quali sanno che dopo i mesi dell’emergenza Coronavirus quando chiederanno un po’ di pazienza per recuperare il rapporto con i figli a lungo “abbandonati” per ovvi motivi non saranno ascoltate.
L’io di Giuseppe, anch’egli medico, che quando tornerà a batter cassa per un piccolo aumento non troverà alcuna attenzione.

Eccoli i tanti io che se ne fregheranno della retorica del Capo dello Stato e del presidente del Consiglio. Tanti io che nessuno aiuterà perché nessuno li vede, non i 450 esperti all’ombra del governo, distribuiti in 15 task force, e nemmeno uno degli 800 addetti nelle 30 commissioni regionali. Si sa, in Italia l’unico ufficio che non conosce crisi è l’ufficio complicazioni degli affari semplici.
Ecco perché non ci sarà nessuna unità nazionale. Tempo poche settimane e la rabbia esploderà e sarà la rabbia della gente per bene che non ha più certezze e che chiederà di non essere abbandonata. A quel punto cosa farà il governo? Schiererà l’esercito e le forze dell’ordine? Farà come fecero in Grecia? O ci terranno sotto controllo con le app spia?
Bersani l’altra sera in tv ha detto che nessuno in Italia è mai morto in fame; un discorso pessimo che disconosce il valore di un ceto medio che non ha rubato niente a nessuno e che il proprio guadagno se l’è sudato. Oggi sta pagando un prezzo perché quel governo che a parole dice di esserci non c’è, racconta fandonie sui soldi. Chi conta sulla retorica buonista si ravveda: ci sarà sempre una pietra per Davide se ha deciso di abbattere Golia.