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Il Paese delle crisi infinite: 150 tavoli ancora aperti e 300 mila lavoratori a rischio

Un tavolo che rischia di cedere da un momento all’altro, quello dove il ministero dello Sviluppo Economico continua a lasciar accumulare i dossier delle crisi aperte lungo lo Stivale. 150 il totale, la maggior parte delle quali si trascinano ormai da talmente tanto tempo da dare una percezione di infinito: 102 di queste, infatti, sono davanti al Mise da almeno 36 mesi, alcune da oltre un quinquennio. Su tutte, ovviamente, spiccano i nomi di Ilva, Alitalia e Alcoa. Il copione che si segue è più o meno sempre lo stesso: annunci roboanti, promesse di rapide risoluzioni, progetti di rilancio. Poi, però, tutto resta su carta, i piani e gli accordi non vengono rispettati e i lavoratori restano a rischio: i posti che ballano, oggi, sono ancora 300 mila.

Il Paese delle crisi infinite: 150 tavoli ancora aperti e 300 mila lavoratori a rischio

I 150 tavoli di crisi aperti davanti a Stefano Patuanelli sono un numero perfettamente in linea con le situazioni affrontate dai precedessori del ministro. Costretto, in questi giorni, a fare i conti con le accuse ricevuta da Carlo Calenda, uno che però a sua volta non aveva proprio brillato a suo tempo: parlava di accordo miracoloso raggiunto sul caso del call center Almaviva quando, meno di un anno dopo, sarebbero arrivati oltre 1.600 licenziamenti. Un capolavoro, non c’è che dire. La tanto attesa discontinuità annunciata dal governo giallorosso, però, non c’è stata. E quelle pagine stanno lì a ricordarlo, con tutto il loro peso.

Il Paese delle crisi infinite: 150 tavoli ancora aperti e 300 mila lavoratori a rischio

C’è il caso Embraco, innanzitutto. Una crisi esplosa nel 2018 con la decisione del gruppo di chiudere lo stabilimento di Riva di Chieri, provincia di Torino, delocalizzare la produzione di compressori per frigoriferi e procedere con oltre 500 licenziamenti. Tra le esultanze prima di Calenda e poi di Di Maio, prende il via un processo di reindustrializzazione affidato alla società Ventures. Ma la nuova produzione resterà soltanto ipotetica, con i pm nel frattempo a indagare sulla fine fatta dai soldi che avrebbero dovuto rilanciare l’ex Embraco. Nel frattempo, 407 lavoratori si trovano oggi senza più nemmeno la cassa integrazione. E poi la vicenda Whirpool, una bomba pronta a esplodere: i vertici della multinazionale hanno confermato la chiusura del sito di Napoli alla fine del 2020, stralciando così l’accordo siglato con la Regione per proseguire la produzione di lavatrici. A rischio ci sono 430 posti.

Il Paese delle crisi infinite: 150 tavoli ancora aperti e 300 mila lavoratori a rischio

E ancora: i 670 lavoratori ancora in cassa integrazione allo stabilimento Blutec di Termini Imerese, nel Palermitano. La attività produttive sono cessate nel 2011, prima che il governo Renzi individuasse in Roberto Ginatta la figura giusta per salvare l’impianto. Il manager è oggi accusato di aver distratto oltre 16 milioni di euro di finanziamenti pubblici erogati per sostenere lo sviluppo del sito, mentre l’ultimo bando per l’acquisto delle strutture è caduto tristemente nel vuoto. O Mercato Uno, “l’Ikea d’Italia” che dal 2015 ha visto crollare il proprio fatturato annunciando la drastica riduzione dei punti vendita. Ad acquistare l’azienda era stata la Shernon Holding, poi drammaticamente fallita mentre i lavoratori ricevevano via WhatsApp l’annuncio. Al momento per loro c’è la cassa integrazione in deroga prevista dal dl Rilancio. Le speranze di un lieto fine, però, sono ormai pressoché nulle.

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