Il caso della ricina a Campobasso si arricchisce di un nuovo elemento che potrebbe cambiare profondamente la lettura dell’intera vicenda. Nelle ultime ore, infatti, gli investigatori hanno iniziato a valutare una pista finora rimasta sullo sfondo: un possibile avvelenamento in due fasi, con un passaggio cruciale rappresentato da due flebo praticate direttamente in casa a madre e figlia da un conoscente con competenze sanitarie.
Una svolta che riporta sotto i riflettori il mistero della morte di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara Di Vita, decedute a distanza di poche ore dopo aver accusato un improvviso peggioramento delle condizioni di salute nella loro abitazione di Pietracatella, piccolo centro in provincia di Campobasso.
Ricina Campobasso, cosa è emerso dalle nuove testimonianze

Secondo quanto trapela dagli ambienti investigativi, un dettaglio ritenuto inizialmente marginale starebbe assumendo un peso diverso. Il giorno di Santo Stefano, quando le due donne erano già rientrate dal primo accesso in ospedale, un uomo vicino alla famiglia sarebbe stato chiamato nell’abitazione per somministrare due infusioni endovenose.
Non è ancora chiaro se si tratti di un infermiere o di un medico, ma gli inquirenti ritengono necessario chiarire ogni passaggio di quelle ore. La presenza delle flebo non viene considerata automaticamente un elemento accusatorio, ma apre una domanda inevitabile: la contaminazione potrebbe essere avvenuta anche dopo il primo malore?
La Procura, per ora, mantiene il massimo riserbo, ma la ricostruzione delle ultime 48 ore prima dei decessi viene considerata decisiva.
Il sospetto di un avvelenamento in due momenti distinti
Fino a pochi giorni fa l’ipotesi prevalente era che la ricina fosse stata ingerita durante una cena familiare avvenuta il 23 dicembre. In casa quella sera si trovavano il padre, la madre e la figlia minore. Un pasto apparentemente normale che, secondo gli investigatori, potrebbe rappresentare il primo punto di contatto con il veleno.
Ora però gli accertamenti stanno prendendo in considerazione uno scenario diverso. Gli esperti ritengono possibile che vi sia stata:
- una prima esposizione attraverso cibo o bevande;
- una seconda esposizione successiva, forse accidentale o indiretta, nelle ore del peggioramento.
Questo spiegherebbe perché le condizioni cliniche delle due donne siano precipitate in modo improvviso dopo un iniziale apparente miglioramento.
Perché il caso ricina Campobasso sta diventando più complesso
La ricina è una sostanza estremamente tossica e difficile da individuare in tempi rapidi. Gli specialisti spiegano che il veleno può lasciare tracce limitate nel sangue, rendendo complicato ricostruire con precisione il momento dell’esposizione.
Un altro elemento che continua a interrogare chi indaga riguarda il padre di famiglia. Nonostante fosse presente in casa, nel suo organismo non sarebbero state trovate le stesse tracce rilevate nelle due vittime. Un particolare che rende difficile sostenere la semplice ipotesi di un’intossicazione alimentare generalizzata.
Per questo motivo la Procura non esclude più nessuna possibilità:
- incidente domestico
- contaminazione involontaria
- gesto volontario.
Il telefono della figlia maggiore può cambiare l’indagine
Uno dei passaggi più delicati riguarda l’analisi dello smartphone della figlia maggiore, Alice, ascoltata più volte come persona informata sui fatti.
Gli investigatori stanno esaminando:
- messaggi privati,
- cronologia internet,
- note salvate nel telefono,
- spostamenti registrati dal dispositivo.
Secondo alcune indiscrezioni, nel telefono potrebbero esserci appunti sugli alimenti consumati nei giorni precedenti al dramma. Informazioni che potrebbero aiutare a ricostruire in modo più preciso la sequenza degli eventi.
Chi rischia e chi potrebbe uscire dall’inchiesta
Nei primi giorni dopo i decessi l’attenzione si era concentrata su alcuni medici dell’ospedale che avevano visitato le due donne durante il primo accesso al pronto soccorso.
Oggi però il quadro sembra mutare. La nuova pista investigativa potrebbe ridimensionare il peso delle eventuali responsabilità sanitarie e spostare il focus su quanto accaduto dentro l’abitazione nelle ore successive.
Per questo gli investigatori stanno rivalutando ogni testimonianza già raccolta, compresi i racconti dei parenti più stretti e delle persone entrate nella casa nei giorni del Natale.
Cosa cambia adesso nel giallo della ricina
Le prossime settimane saranno cruciali. È previsto un nuovo sopralluogo nella casa sotto sequestro e gli inquirenti potrebbero disporre ulteriori consulenze tossicologiche per verificare se le flebo possano avere avuto un ruolo, diretto o indiretto, nel peggioramento delle due vittime.
Il caso ricina Campobasso resta uno dei più delicati degli ultimi mesi perché unisce medicina, rapporti familiari e un contesto ancora pieno di zone d’ombra.
La domanda che resta aperta è una sola: come è entrata davvero la ricina in quella casa? Ed è proprio attorno a questa risposta che gli investigatori stanno cercando di chiudere il cerchio.
