Vai al contenuto

Mamma e figlia morte avvelenate da ricina a Pietracatella: il padre negativo ai test. Lo Spallanzani si difende

Pubblicato il 26/04/2026 16:47

1.500 molecole analizzate. Test ripetuti più volte in laboratori diversi, con tecniche diverse. E alla fine la certezza: Antonella Di Ielsi, 50 anni, e sua figlia Sara Di Vita, 15 anni, sono morte per “intossicazione acuta da ricina”. Una concentrazione nel sangue stimata intorno a 250 volte la soglia letale. Non un incidente. Non un’intossicazione accidentale da semi masticati per sbaglio. Qualcosa — o qualcuno — ha introdotto in quelle due persone una quantità di veleno compatibile solo con un atto deliberato.

Pietracatella borgo molisano provincia Campobasso dove sono morte Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita avvelenate da ricina dicembre 2025

Eppure l’unico sopravvissuto, Giovanni Di Vita, marito e padre delle due vittime, è risultato negativo ai test. E i campioni del suo sangue sono stati analizzati 74 giorni dopo il prelievo. Un dettaglio che, come vedremo, cambia tutto.

Il giallo di Pietracatella — il piccolo borgo molisano in provincia di Campobasso dove i decessi sono avvenuti tra il 27 e il 28 dicembre 2025 — si infittisce ogni ora. Domani, lunedì 28 aprile, riprendono in questura a Campobasso gli interrogatori di parenti e amici. E sempre martedì 28 aprile verrà sottoposto ad accertamento tecnico irripetibile il cellulare di Alice Di Vita, figlia maggiore della famiglia, l’unica che non era presente la notte delle morti.

La notte del 23 dicembre e i giorni che seguono

Il punto di partenza di tutto, secondo gli inquirenti coordinati dalla procuratrice di Larino Elvira Antonelli, è la cena del 23 dicembre 2025. È probabilmente in quella occasione che Antonella e Sara hanno consumato una o più pietanze contenenti la ricina. Nei giorni successivi, le due donne hanno sviluppato disturbi gastrointestinali persistenti e si sono rivolte al pronto soccorso dell’ospedale Cardarelli di Campobasso. I medici, inizialmente, hanno ipotizzato un’intossicazione alimentare.

Poi la situazione è precipitata. Sara è morta il 27 dicembre, Antonella il 28. In un primo momento nessuno ha pensato alla ricina. È stata la segnalazione del Centro Antiveleni Maugeri di Pavia — un alert vocale lanciato dopo aver ricevuto i campioni di sangue delle vittime — a far scattare l’allarme e a trasformare un’indagine per omicidio colposo in un fascicolo per duplice omicidio premeditato. Cinque medici del Cardarelli restano comunque indagati per omicidio colposo, per non aver riconosciuto tempestivamente la natura dell’intossicazione.

Fino ad oggi gli investigatori della Squadra Mobile di Campobasso hanno sentito a sommarie informazioni più di quaranta persone: familiari, amici, conoscenti. Tra questi Giovanni Di Vita e Alice, la figlia maggiore, che non è né indagata né sospettata.

Il professore di Pavia e le 1.500 molecole

A raccontare la complessità scientifica del caso è stato Carlo Locatelli, direttore del Centro Antiveleni Maugeri di Pavia, in un’intervista al TG1. Le sue parole meritano di essere citate per esteso, perché chiariscono meglio di qualsiasi commento la portata di questa vicenda.

“Si tratta di cose estremamente difficili da identificare e dosare”, ha spiegato Locatelli. “Abbiamo avuto 7 o 8 casi di avvelenamento da ricina, ma con livelli inferiori a questi. Persone che fortunatamente non sono decedute e si sono salvate.” Quei casi riguardavano persone che avevano ingerito accidentalmente semi di ricino — la pianta cresce spontaneamente in Italia, soprattutto al Centro-Sud — in piccole quantità. Nessuno di loro era morto.

Per Pietracatella è stato diverso. “Sono rimasto impressionato dal decesso di mamma e figlia”, ha proseguito il professore. “Inizialmente abbiamo dovuto lavorare con tanti altri colleghi perché le indagini andavano dalle problematiche tossicologiche a quelle virologiche e batteriologiche.” Sono state analizzate 1.500 molecole. I test sono stati ripetuti più volte, in diversi laboratori e con tecniche differenti, per garantire la massima affidabilità. Come riporta Fanpage.it, la conclusione è stata categorica: intossicazione acuta da ricina, con livelli enormemente superiori alla soglia letale.

Il nodo dei 74 giorni: perché il padre è negativo?

E qui arriviamo al punto più controverso di tutta la vicenda. Giovanni Di Vita, l’unico componente del nucleo familiare presente quella notte che è sopravvissuto, è risultato negativo alla ricina. I suoi campioni di sangue, però, sono stati analizzati 74 giorni dopo il prelievo.

Il referto del Centro Antiveleni di Pavia, citato da Il Tempo, è esplicito sulla questione: la negatività di Giovanni Di Vita “può ritenersi compatibile sia con l’eventuale assenza della proteina nel sangue al momento del prelievo, sia con la possibile degradazione, anche completa, dell’analita, in ragione del tempo trascorso tra il prelievo e l’esecuzione delle analisi.”

In parole semplici: non si può sapere con certezza se Di Vita non avesse ricina nel sangue perché non ne aveva mai ingerita — o perché le tracce si erano degradate nei 74 giorni trascorsi tra il prelievo e l’analisi. Locatelli stesso, intervistato dalla trasmissione IgnotoX, aveva aggiunto un dettaglio ancora più preciso: “Il campione non era stato inizialmente conservato da noi. Quando passano dei mesi dall’ingestione di un veleno di questo tipo e il campione non viene protetto in un certo modo è anche possibile che le tracce del veleno svaniscano.”

Lo Spallanzani si difende: «Conservazione corretta»

Quelle parole di Locatelli — “il campione non era stato conservato da noi” — hanno fatto scattare una risposta ufficiale dell’Istituto Lazzaro Spallanzani IRCCS di Roma, che aveva custodito i campioni biologici di Di Vita prima che arrivassero a Pavia. Lo Spallanzani ha pubblicato una nota in cui precisa che i campioni “sono stati raccolti e conservati presso l’Istituto secondo modalità specificamente previste e validate”: a +4°C per le indagini sierologiche, a -20°C per quelle molecolari. Tutto conforme ai protocolli.

Chi dice la verità? Probabilmente entrambi, ma su aspetti diversi. Lo Spallanzani sostiene di aver conservato correttamente secondo i protocolli per le analisi di microbiologia clinica — che erano le uniche che gli erano state richieste. Pavia, però, aveva bisogno di campioni conservati secondo protocolli tossicologici specifici per la ricina. Sono protocolli diversi. E la differenza, in questo caso, potrebbe essere la chiave di tutto.

La pista investigativa: il veleno procurato sul posto

Sul fronte investigativo, la TGR Molise riporta un dettaglio significativo: le verifiche condotte all’istituto agrario di Riccia — scuola della zona — non hanno trovato nessuna ricerca online sulla ricina. Ma chi indaga è convinto che chi si è procurato il veleno lo abbia fatto direttamente sul territorio, senza lasciare tracce digitali. La pianta di ricino cresce spontaneamente in Molise, come in gran parte del Centro-Sud italiano. Non serve cercarla su internet se sai dove trovarla.

Gli investigatori stanno anche setacciando i venditori di semi di ricino della regione. Un lavoro capillare, difficile, che si scontra con il fatto che il ricino è una pianta ornamentale diffusa, i cui semi si trovano in molte erboristerie e negozi di giardinaggio senza particolari restrizioni.

Il prossimo appuntamento cruciale è martedì 28 aprile: gli specialisti della Squadra Mobile di Campobasso esamineranno il cellulare di Alice Di Vita. Sul telefono, secondo alcune indiscrezioni, ci sarebbero appunti dettagliati sui pasti consumati dalla famiglia nei giorni precedenti ai decessi — una traccia che potrebbe aiutare a capire quando e come il veleno è stato somministrato. Lo stesso giorno è previsto anche un nuovo sopralluogo della polizia scientifica nella casa di Pietracatella, ancora sotto sequestro.

Il 29 aprile, invece, tutte le parti saranno convocate per la visione dei vetrini istologici nell’ambito degli accertamenti a Bari.

Una madre e una figlia sono morte avvelenate. Un padre sopravvissuto i cui test restano avvolti nel dubbio. Una comunità che aspetta risposte. E una procura che lavora su più fronti, con quaranta testimoni sentiti e ancora nessun indagato per omicidio.

Pietracatella aspetta la verità. L’Italia ha il diritto di sapere.