«Anche se non è il 25 aprile, per noi è una liberazione.» Marco Trentin, orchestrale e sindacalista Fials della Fenice, era appena uscito dal palco dove stava suonando il Lohengrin di Wagner quando ha saputo la notizia. E ha usato esattamente quella parola: liberazione.
Domenica 26 aprile 2026, tra il secondo e il terzo atto dell’opera, il sovrintendente del Teatro La Fenice di Venezia Nicola Colabianchi ha comunicato ufficialmente che la Fondazione ha deciso di annullare tutte le collaborazioni future con la direttrice d’orchestra Beatrice Venezi. In sala è esploso un applauso. Fuori dal teatro, in campo San Fantin, c’era chi urlava. Il Gazzettino ha scritto che qualcuno ha gridato «Liberazione!» mentre la notizia si diffondeva tra il pubblico.
Sette mesi. Sette mesi di guerra silenziosa e non, di volantini lanciati in platea, di concerti di protesta in piazza, di scioperi annunciati e ritirati, di spillette sui baveri e di dichiarazioni sempre più aspre. Finisce così: con un comunicato stampa durante un’opera di Wagner e gli orchestrali che festeggiano come se avessero vinto una battaglia — perché, in un certo senso, l’hanno vinta.
La frase che ha fatto saltare tutto
L’ultimo episodio — quello che ha rotto definitivamente l’equilibrio già precario — è stata un’intervista rilasciata da Venezi al quotidiano argentino La Nación, mentre si trovava a Buenos Aires come direttrice ospite del Teatro Colón. In quell’intervista, Venezi aveva detto: “Io non ho padrini, questa è la differenza. Non provengo da una famiglia di musicisti. E questa è un’orchestra dove le posizioni si tramandano praticamente di padre in figlio.”
Un’accusa diretta di nepotismo all’orchestra della Fenice, pronunciata su un giornale straniero, mentre stava lavorando all’estero. Per il sovrintendente Colabianchi era troppo. Il comunicato ufficiale parla di «reiterate e gravi dichiarazioni pubbliche, offensive e lesive del valore artistico e professionale della Fondazione e della sua orchestra». Incompatibili con i valori dell’istituzione. Fine del rapporto.
Colabianchi, seduto nel Palco Reale durante il Lohengrin, non ha voluto aggiungere nulla alle parole del comunicato. Ha lasciato parlare il testo.
Il retroscena: Meloni dà il via libera e poi la scarica
Ma c’è un retroscena che vale la pena raccontare, perché dice molto su come funziona davvero la politica culturale in Italia. Secondo quanto riportato dal Corriere del Veneto, sarebbe stata Giorgia Meloni in persona a dare il via libera definitivo al licenziamento di Venezi. La premier avrebbe detto: “È una scelta inevitabile, ormai è indifendibile.”
Inevitabile. Indifendibile. Le stesse parole che, sette mesi fa, non avrebbe mai usato per descrivere una direttrice che era stata presentata come una scelta coraggiosa, innovativa, capace di attirare i giovani alla lirica. Il sindaco di Venezia Luigi Brugnaro l’aveva dipinta come una figura carismatica. Il ministro della Cultura Alessandro Giuli l’aveva sostenuta pubblicamente, ripetutamente, nel corso di tutta la crisi. Ora Giuli dice di «prendere atto della decisione di Colabianchi, assunta in autonomia e indipendenza».
La destra, invece, non si rassegna. Lega e Fratelli d’Italia — almeno una parte — parlano di una direttrice «bullizzata perché non di sinistra», vittima di un ambiente culturale ostile al centrodestra. Ma questa lettura ignora un fatto scomodo: che alla fine è stato il governo di centrodestra, attraverso Meloni, a dare il via libera al licenziamento. Non la sinistra. Non i sindacati. Il governo stesso.
Come si è arrivati a questo punto: sette mesi in cinque scene
22 settembre 2025 — Colabianchi, arrivato alla Fenice nel marzo 2025 su volontà del ministro Giuli, annuncia la nomina di Beatrice Venezi come futura direttrice musicale, dal ottobre 2026 all’ottobre 2030. Lo può fare per legge, ma fino a pochi giorni prima aveva promesso alle maestranze che Venezi era solo una dei tanti candidati e che ci sarebbe stato confronto. La promessa viene bruciata in un comunicato.
Fine settembre 2025 — La RSU della Fenice dichiara lo stato di agitazione e chiede la revoca della nomina. Il curriculum di Venezi, sostengono, non è all’altezza dei direttori musicali che hanno guidato la Fenice in passato. Iniziano gli scioperi, il volantinaggio davanti al teatro, le manifestazioni di solidarietà ai musicisti. Venezi incassa e tace. Giuli la difende. Brugnaro la difende. Le maestranze vengono accusate di maschilismo e resistenza al cambiamento.
17 ottobre 2025 — Gli orchestrali organizzano un concerto di protesta in campo Sant’Angelo, a due passi dalla Fenice. La partecipazione del pubblico è enorme. Da quel momento, i concerti alla Fenice diventano momenti di tensione politica: volantini lanciati in platea, testi letti ad alta voce, applausi che scattano prima dell’inizio delle rappresentazioni. Le immagini fanno il giro del mondo sui social.
Capodanno 2025-2026 — Gli orchestrali rinunciano allo sciopero per il concerto di capodanno, ma sulle giacche appaiono delle spillette con una chiave di violino. La Rai, che trasmette in diretta, inquadra poco le spillette e non menziona la protesta. Nel frattempo, il maestro Alessandro Tortato si dimette in netto contrasto con il sindaco Brugnaro, che aveva parlato di unanimità nella decisione su Venezi.
26 aprile 2026 — L’intervista a Buenos Aires sui «posti tramandati di padre in figlio» supera ogni limite. Il sipario cala. In teatro, applausi. Fuori, festa.
Teatro La Fenice: al termine del ‘Lohengrin’ di Wagner (diretto da Markus Stenz) festeggiamenti e giubilo di orchestra e pubblico per il licenziamento di Beatrice Venezi…
92 minuti di applausi (cit)#Venezi #BeatriceVenezi #Venezia #27aprile pic.twitter.com/jaG45UH9Zh— Sirio 🏀 (@siriomerenda) April 26, 2026
Chi ha vinto, chi ha perso e cosa rimane
Gli orchestrali hanno vinto la battaglia. La RSU parla di «atto doveroso» e ringrazia la solidarietà di tutte le Fondazioni liriche italiane. Trentin dice che «è un segnale forte, che dimostra come certe battaglie servono». Aggiunge però che la guardia non si abbassa: Colabianchi rimane, e la fiducia tra maestranze e sovrintendente non è stata restaurata.
Beatrice Venezi ha perso il posto — un ruolo che avrebbe dovuto tenerla alla Fenice per quattro anni. Potrebbero esserci strascichi legali legati al contratto di direzione musicale che non è mai entrato in vigore. Sul piano artistico, continuerà a dirigere altrove. Sul piano politico, è diventata un simbolo: per la destra, di una vittima del conformismo culturale della sinistra; per la sinistra e per i lavoratori dello spettacolo, di una nomina politica calata dall’alto senza rispetto per le competenze e per i lavoratori.
Il governo ha perso la faccia, in un modo o nell’altro. O ha sbagliato a sostenere Venezi per sette mesi, oppure ha sbagliato ad abbandonarla quando è diventata scomoda. Non esiste una lettura in cui il comportamento dell’esecutivo — dalla nomina al licenziamento — appaia coerente e degno di un progetto culturale serio.
E la cultura italiana? La cultura italiana ha assistito a sette mesi di polemiche su una nomina politica in uno dei teatri più importanti del mondo, mentre il vero dibattito — quali direttori servono ai nostri teatri, come si selezionano, con quali criteri, con quale trasparenza — è rimasto completamente sepolto sotto il fango della polemica.
Il Lohengrin è andato in scena lo stesso. La musica ha resistito. Come sempre.
