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Amazon, la denuncia dei driver: “Siamo schiavi. Non andiamo neanche in bagno”

Per il 22 marzo è stato indetto il primo sciopero nazionale dell’intera filiera di Amazon. E torna quindi d’attualità (dovrebbe esserlo sempre) il discorso sullo sfruttamento dei lavoratori, soprattutto i fattorini. “Noi siamo gli schiavi del terzo millennio. Se parcheggiamo male mentre vi portiamo l’acquisto e un vigile ci fa una multa, la paghiamo noi. Se urtiamo lo specchietto del furgone perché dobbiamo correre come dannati e lo rompiamo, paghiamo anche 500 euro di franchigia. Se poi non riusciamo a consegnare tutti i pacchi che ci hanno dato al mattino riceviamo lettere di richiamo”. (Continua a leggere dopo la foto)

Alla guida del furgone, diretto verso Torino, Giorgio si sfoga al cellulare con La Stampa e racconta la loro condizione lavorativa: “Allora io stamattina mi sono alzato alle 6,30 per andare a caricare al centro Amazon di Brandizzo. Adesso sono quasi le 17 e non sono ancora in deposito. Se ho mangiato? Un panino mentre ero alla guida: la frittata di mia mamma. In bagno? Ma anche no: chi ha tempo per andarci. Straordinari? Ma in che mondo vivete li fuori? Mi pagano otto ore e ne lavoro quasi 9 nove”. (Continua a leggere dopo la foto)

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Sono 14 mila i driver che lavorano per l’universo Amazon, governati da un algoritmo che scandisce la loro vita ogni sacrosanto giorno di lavoro. “Algoritmo che segna tutto: numero di pacchi da consegnare, numero di fermate da fare. Percorso da seguire. Tempi. E per ogni consegna ci sono al massimo 3 minuti Se sgarri son guai”. Un universo di persone sfruttata. Gerardo Migliacco, segretario di Uil trasporti del Piemonte, ha preso carta e penna e ha preparato un esposto. Motivo? (Continua a leggere dopo la foto)

“Amazon detta le regole alle aziende appaltatrici. Decide tutto. Non può chiamarsi fuori da questa storia. L’algoritmo è roba sua. I pacchi suoi. Le regole anche. Dai, che modo di fare è?”. La questione è così delicata che a qualunque porta bussi, salta fuori una storia. “Una lettera di rischiamo a un driver, un addebito”. Un trentenne, con lavoro parttime a 1200 euro al mese, deve consegnare 177 pacchi e fare 117 fermate. In città e nella prima cintura. Non ce l’ha fatta a fare tutto. La sera ne ha riportati indietro 12. “In ufficio mi hanno sgridato”. (Continua a leggere dopo la foto)

Gli hanno inviato la lettera di richiamo. Rischia il posto. Perché nelle 8 ore e 30 di lavoro non ha fatto tutto. Non poteva correre di più? Luca Iacomino, responsabile del dipartimento Trasporti e logistica della Cigl attacca: “Amazon non può tirarsi fuori da questa storia. Il rispetto delle regole è anche affar suo: troppo comodo dire che i guai riguardano le aziende che si occupano dell’ultimo miglio. Chi è che decide i carichi? Amazon. Chi è che decide i percorsi? L’algoritmo di Amazon. Chi stabilisce i tempi di consegna? Ancora Amazon”.

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