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Confindustria e Cgil insieme: “L’Italia rischia la recessione”

Pubblicato il 24/04/2026 08:43

All’assemblea dei delegati dell’industria della Cgil si è consumato un incontro raro: il presidente di Confindustria Emanuele Orsini e il segretario generale del sindacato Maurizio Landini, seduti allo stesso tavolo, con diagnosi simili e proposte che si sovrappongono in modo significativo. Il tema è uno solo: l’industria italiana è in pericolo, la guerra in Iran sta aggravando una crisi energetica già insostenibile, e senza risposte straordinarie il Paese rischia la recessione.

Orsini e Landini si siedono allo stesso tavolo e dicono le stesse cose: senza interventi straordinari l'Italia va in recessione. L'energia costa 2-3 volte più che in altri Paesi europei, 138mila lavoratori sono in crisi industriale e la guerra in Iran peggiora tutto. Il faccia a faccia che fa paura

“Paghiamo l’energia 2-3 volte di più degli altri europei”

Il punto di partenza è il costo dell’energia. Orsini lo mette subito sul tavolo con numeri che non lasciano spazio all’interpretazione: “Paghiamo l’energia 2-3 volte di più di altri Paesi europei”. Un handicap strutturale che si aggrava ulteriormente con lo shock energetico provocato dalla guerra nel Golfo. La soluzione che propone Confindustria è un mix energetico che combini nucleare e rinnovabili — e nell’immediato la sospensione dell’ETS, il sistema europeo di scambio di quote di emissione, da riformare nel medio periodo.

Sul fronte delle rinnovabili, Orsini identifica un ostacolo concreto: la burocrazia. Servirebbero procedure semplificate per individuare le aree idonee e velocizzare le autorizzazioni. Landini è sulla stessa linea e aggiunge un dato che racconta la dimensione del problema: “Ci sono 1.700 progetti di rinnovabili fermi a causa della burocrazia”. Mille settecento cantieri che potrebbero ridurre la dipendenza energetica italiana e che restano bloccati da iter autorizzativi che durano mesi.

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La guerra in Iran e il rischio recessione

Il conflitto in Medio Oriente è lo sfondo di tutto. Orsini ricorda che il Centro studi di Confindustria aveva presentato un mese fa un rapporto con tre scenari diversi: “Se la guerra fosse finita velocemente saremmo stati a 0,5%; se si protrae il rischio è la recessione”. Uno scenario che oggi appare sempre più concreto, con il PIL italiano già fermo allo 0% nella proiezione attuale.

Landini usa parole ancora più forti: “Se va avanti la guerra la situazione sarà peggiore rispetto al Covid”. Un confronto che serve a calibrare la risposta necessaria: quella straordinaria, non quella ordinaria. Come durante la pandemia, quando l’Europa si inventò il PNRR, oggi serve qualcosa di equivalente.

“Fare debito comune europeo” e sospendere il Patto di stabilità

Le proposte convergono anche sul fronte europeo. Orsini riprende una formula lanciata dal ministro Giorgetti — “non si può curare un ferito di guerra con l’aspirina” — e la fa propria, chiedendo che l’Europa faccia il passo più difficile: “È il momento di fare debito comune. Se c’è qualche Paese che da solo non ce la fa, non possiamo lasciarlo indietro”. Un cambio di paradigma enorme rispetto all’ortodossia fiscale europea degli ultimi anni.

Landini spinge nella stessa direzione ma con una formulazione diversa: “Occorre sospendere il Patto di stabilità per favorire gli investimenti pubblici e privati”. Non una sospensione fine a se stessa, ma funzionale a un piano di investimenti che coinvolga sia il settore pubblico che quello privato. Sul tavolo ci sono i fondi pensionistici, nuovi veicoli finanziari capaci di trasformare i risparmi fermi sui conti correnti in investimenti produttivi, e soprattutto la necessità di una politica industriale europea che oggi non esiste.

138mila lavoratori in crisi industriale

Il quadro che emerge dall’assemblea è quello di un sistema industriale sotto pressione su più fronti simultaneamente. Le crisi industriali aperte al Ministero delle Imprese e del Made in Italy coinvolgono oggi 114 aziende — undici in più rispetto a febbraio 2026 — e 138.469 lavoratori, oltre settemila in più rispetto a due mesi fa. Ma questo è solo il perimetro ufficiale: le crisi gestite a livello regionale aggiungono ulteriori lavoratori a rischio che non compaiono nelle statistiche nazionali.

I settori colpiti sono trasversali: dall’acciaio all’automotive, dalla chimica di base all’energia, fino al tessile e alla moda. Crisi che la Cgil definisce non solo aziendali ma “sistemiche”, legate all’assenza di politiche industriali europee in grado di accompagnare la transizione verde. Il caso dell’Ilva è il simbolo di questa paralisi: per Landini senza un ruolo diretto del pubblico quella vertenza non si risolve.

Contratti pirata e rappresentanza: accordo entro l’estate

L’incontro ha toccato anche un tema che riguarda direttamente i lavoratori: i contratti pirata — accordi che prevedono retribuzioni e condizioni normative penalizzanti, usati in dumping contro le imprese sane e i sindacati rappresentativi. Confindustria, Cgil, Cisl e Uil stanno lavorando da mesi per aggiornare l’Accordo interconfederale del 2014 sulla misurazione della rappresentanza. Sia Orsini che Landini hanno indicato una scadenza: l’accordo deve essere chiuso entro l’estate. “Abbiamo la comune volontà di cancellare i contratti pirata”, ha detto Landini. E Orsini ha aggiunto: “La contrattazione deve essere fatta dalle parti sociali, non con salari fatti con decreto”.