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Come la sinistra e i “prenditori” padani hanno rubato agli italiani Telecom Italia

La sintesi perfetta di come le privatizzazioni all’italiana, sbandierate ai quattro venti come soluzioni a ogni male per le aziende che offrivano servizi pubblici, si siano rivelate un male assoluto per i cittadini è racchiusa nella storia di Telecom, ennesimo scempio compiuto sotto gli occhi di tutti. Come successo con Alitalia, per esempio. O con l’Ilva. Realtà che oggi sappiamo bene quanto siano complicate, al centro di partite tesissime giocate tra il governo e le imprese di turno. Perché sono ridotte così? La risposta, in realtà, è semplice. Finché gestite dallo Stato, le aziende pubbliche offrivano servizi ma davano pochi profitti. Si pensò che i privati potessero dimostrarsi più competenti, si verificò esattamente il contrario.

Telecom Italia, oggi Tim, era da questo punto di vista un fiore all’occhiello tutto italiano. Finì nelle mani dell’Olivetti di Roberto Colaninno esattamente vent’anni fa, nel 1999, una scalata completata dopo che un anno e mezzo prima era scattata la tanto attesa privatizzazione. A sostenere l’operazione, lodando pubblicamente la “coraggiosa razza padana”, la sinistra, sotto forma di governo D’Alema, con Franco Bassanini sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Gente che oggi invoca rimedio agli errori compiuti tempo addietro da loro stessi. Come ricorda Il Fatto Quotidiano, l’ambasciatore Microsoft in Europa Umberto Paolucci lanciò l’allarme in merito al cosiddetto leveraged buyout, la scalata con soldi prestati dalle banche e il debito conseguente scaricato sull’azienda comprata: “Bisogna vedere se, a causa dell’indebitamento, il gestore resta capace d’investire quanto è necessario per l’innovazione del Paese. In caso contrario, rischia il declino e il passaggio da una scalata all’altra”.


Telecom all’epoca era una delle più forti aziende del settore e Colaninno per scalarla spese 30 miliardi, con il debito della società schizzato di colpo da 9 a 38 miliardi, la spesa per interessi da 700 milioni a 3 miliardi, per poi superare i 5 nel 2015. I 60 miliardi di interessi che in 18 anni sono stati drenati dalle banche hanno ridotto Telecom in uno stato comatoso: i 130 mila dipendenti del 1998 (con 30 miliardi di fatturato) sono oggi un’utopia. La realtà è un dimezzamento del personale (54 mila) e ricavi scesi a 18 miliardi, dimezzati se si tiene conto dell’inflazione. A rimetterci, ovviamente, anche i cittadini, con un notevole peggioramento nei servizi.

Seguì un copione già visto altre volte: il soccorso pubblico offerto a Telecom attraverso la formula mista (con i soldi dello Stato che finiscono in tasca ai privati), il passaggio da una scalata all’altra con l’arrivo di Tronchetti Provera che non è certo servito a ribaltare le sorti dell’azienda, come il successivo passaggio alla cordata Mediobanca-Generali-Intesa. Le buonuscite dei top manager, quelle sì, sempre alte, altissime. I vari protagonisti del naufragio hanno incassato in vent’anni dividendi per una ventina di miliardi, che uniti ai 60 di interessi fanno un totale di 80, mentre i dipendenti passavano da situazioni delicate come i contratti di solidarietà. Oggi, mentre si discute del progetto “rete unica” e della fusione con Open Fiber, guardare al passato non può che far rabbia.

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