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Svenduti i nostri ristoranti

Pubblicato il 12/04/2021 18:00 - Aggiornato il 12/04/2021 18:30

di Gianluigi Paragone.

Riaprire. Quello che conta adesso è riaprire perché un anno e passa di stop and go ha prodotto smottamenti economico e sociali enormi. Persino irreparabili.

Riaprire è quello che chiedono gli operatori della ristorazione, delle palestre, del commercio (anche quello ambulante nei mercati all’aperto la cui chiusura è davvero un assurdo), dei cinema, dei teatri, dei musei. 

Riaprire è quello che rivendicano alcuni pezzi della stessa maggioranza che fino a pochi mesi fa urlavano dai banchi dell’opposizione accuse pesanti verso il ministro Speranza. Che ora è anche il loro ministro. Riaprire è quel che il governo comincerà progressivamente a concedere in dosi assolutamente omeopatiche e con restrizioni che di fatto non consentono di fare cassa e recuperare.

Prendiamo la ristorazione. Consentire di tenere aperto solo a pranzo è una concessione che rasenta l’ipocrisia: durante la settimana, con gli uffici chiusi per smart working, l’incasso non recupera alcuna sofferenza. Qualcosa in più lo si può fare il sabato e la domenica ma se le distanze tra i tavoli davvero debbono restare quelle di due metri, significa che i coperti disponibili si ridurranno enormemente. E comunque un’attività non sta in piedi solo con l’incasso del fine settimana.

Conte prima e Draghi ora, arrivano con proposte in ritardo rispetto alle urgenze del momento: parlare adesso di recupero ristori significa non avere capito che un numero importante di attività stanno per chiudere e che il mero ristoro non risolve, consola. In poche parole il governo deve decidere se politicamente vuole la salvezza o la morte di queste attività: se ne vuole la salvezza dovrà intervenire con liquidità e il reset delle sofferenze; se invece ne vogliono la morte ci stanno riuscendo. Ma dovranno spiegare agli italiani perché i piccoli devono soccombere mentre i grandi  si rafforzano. Prendete Autostrade: eravamo partiti dalla revoca delle concessioni ai Benetton e stiamo arrivando alla partecipazione a un’asta competitiva con Florentino Perez. Per non dire di quello che accadrà con Mps o Arcelor Mittal su Ilva.

I ristoranti dicevamo. Il disegno di Conte prima e di Draghi ora è una lenta agonia: assistere alla caduta di chi è piccolo, lasciarlo nelle mani di banche disperate, di un’Agenzia delle Entrate o di altre agenzie di riscossione ciecamente ostili, e infine di una burocrazia fanatica che, come nel caso del Durc, accelera la fine delle attività.

A pensar male viene da dire che stanno creando gli spazi a favore non solo del riciclaggio di denaro da parte delle mafie, ma anche di grandi operazioni a basso rischio da parte delle multinazionali e dei grandi gruppi operanti nel food. I ristoratori chiudono perché non stanno più in piedi? Ecco che arrivano queste società di food delivery e si appropriano di un mercato libero. Usano le cucine dando un minimo di commissione (dal 25 al 35 per cento) e avviano un’attività di franchising di proprietà di queste piattaforme che operano con rischio quasi zero: conoscono le tendenze del mercato (attraverso i dati raccolti) e approfittando della crisi di liquidità dei ristoratori si portano via il pacchetto con quattro euri. I ristoratori saranno le prossime vittime del grande gioco: coi ristoratori out, i grossi entrano, sottopagano i lavoratori della cucina, i quali si limiteranno a sfornare piatti da consegnare. Massimo profitto, minimo sforzo. In gergo questo fenomeno si chiama dark kitchen e deprederà un pezzo della tradizione italiana. Complimenti, cari governanti.