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Perché il Recovery Fund è come il Mes. La fregatura tra tasse e zero solidarietà

Il Recovery Fund è la brutta copia del Mes. Lo diciamo da tempo, ora lo scopriamo nel dettaglio. Della solidarietà, diciamolo subito, nemmeno l’ombra. A guardare a cosa andiamo incontro non si capisce cosa abbiano da festeggiare Conte e i suoi. Per loro è un modo per mantenere la poltrona e consolidare la posizione agli occhi del Sistema, per noi, per i cittadini, sarà invece l’inizio della fine. Del resto la clamorosa rivelazione l’ha annunciata con grande imbarazzo lo stesso ministro dell’Economia Roberto Gualtieri alla commissione Bilancio della Camera: “I prestiti concessi dalla Ue attraverso il Rrf e il Sure (utile a sostenere la cassa integrazione) saranno privilegiati rispetto alla rimanente parte del debito pubblico”. Proprio come il Mes, per capirci.

La pendemia di coronavirus ha smascherato l’Unione europea, facendo vedere a tutti la sua intrinseca fragilità. 150 giorni per arrivare a un Recovery Fund che – come spiegano molto bene Fabio Dragoni e Filippo Liturri su La Verità – si svilupperà “fra mille cavilli in sei anni e a partire, se va bene, dal 2021. Stati Uniti, Regno Unito e Giappone – al pari di qualsiasi altro Stato monetariamente sovrano -hanno potuto mettere in campo subito ciò che serve per risollevare l’economia piegata e piagata dal lockdown: i soldi”. Sono tanti i dubbi che sussistono sull’entità delle cifre sbandierate, da ultimo confermati anche dal Financial Times, secondo cui “la Commissione non ha pubblicato i dettagli sulla ripartizione dei fondi, anche perché un terzo dei fondi dipenderanno dalla crescita del 2021 e 2022. Le cifre che circolano sono frutto di stime dei governi”.

Altri dubbi sul Recovery Fund sussistono sui tempi di erogazione. Scrive ancora La Verità: “Le emissioni saranno scaglionate. Fonti del quotidiano londinese riferiscono che dal 2021 al 2024 saranno piazzati poco meno di 200 miliardi all’anno per finanziare il NextGenEU. Con ciò confermando che nel 2020 anche il fondo Sure da 100 miliardi avrà poco da erogare. La Commissione concentrerà il grosso dei pagamenti nel triennio 2022-2024. Non si dimentichi, infatti, la differenza tra impegni di spesa e pagamenti. Questi ultimi arrivano sempre molto dopo rispetto ai primi. I dubbi su chi e come contribuirà al rimborso di queste obbligazioni poi non mancano: fino a oggi il bilancio dell’Ue presentava un conto economico ben visibile e uno stato patrimoniale quasi assente. Un bilancio strutturalmente a somma zero. I soldi arrivano dalla Ue perché qualcuno ce li mette: da una parte gli Stati – attraverso i trasferimenti – e dall’altra i consumatori pagando l’Iva – una cui parte del gettito alimenta le cosiddette ‘risorse proprie’ di Bruxelles”.

Con l’emissione di 750 miliardi di bond a scadenza trentennale, a partire dal 2028 va in onda però tutto un altro film. “C’è la necessità da parte dell’Ue di riscuotere ogni piccolo cent: dall’Iva sui consumi alle accise su ogni grammo chilo di plastica prodotto. Da ogni trasferimento intergovernativo per alimentare il bilancio Ue, ai balzelli su digitale, emissioni dei mezzi aerei e marittimi, carbone e transazioni finanziarie. E che succede se uno dei 27 Paesi debitori dell’Ue minaccia o attua un default selettivo su quanto dovuto a Bruxelles? Ognuno paga per sé, entro un certo limite. Vincoli di solidarietà zero”.

Il riassunto del Recovery Fund quindi è: più tasse per tutti. E quindi, come ha dichiarato Moritz Kraemer (già a Standard & Poor’s): “Anche se oggi appare improbabile lo scioglimento della Ue, fino al 2058 molte cose possono andare storte”. Dunque, perché i prestiti del Rrf avranno lo status di credito privilegiato al pari di quelli del Mes? Perché in caso di default verranno pagati per primi. “Nessuna garanzia solidale. Per i prossimi 30 anni, è come se l’Italia, assieme agli altri, avesse già firmato un assegno alla Commissione fino al 0,6% del proprio Reddito nazionale lordo, cioè 11 miliardi all’anno”.

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