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L’economia oramai è allo stremo. Quante imprese faranno morire?

di Gianluigi Paragone.

In questi giorni sto attraversando l’Italia per incontrare quelle categorie produttive che il governo chewing-gum si ostina a non vedere e a non ascoltare. L’ultimo giro l’ho fatto in Sicilia, terra meravigliosa, ospitale, rifugio di anime inquiete (Mick Jagger è solo l’ultimo esempio) e approdo di pensatori. La Sicilia sprigiona una energia tutta sua, forse anche per questo le sue perle sono il desiderio di chi vuole un matrimonio da favola. Ma i matrimoni non esistono più, sono praticamente… fuorilegge. Vietato sognare oltre il mero rito, vietato condividere. E se i matrimoni si fermano si blocca pure una filiera intera, quella dei catering, dei videomaker, dell’intero comparto wedding, cui non spettano ristori né prospettive. Perché è questo il tappo che Draghi non ha ancora sbloccato: la prospettiva, la possibilità di poter programmare una intera economia che nei mesi della primavera, dell’estate e di un pezzo di autunno genera business. Dalla ristorazione al catering, dall’alberghiero ai villaggi vacanze, e potremmo proseguire oltre con l’elenco, un numero elevato di piccole e medie imprese quando scatterà il via libera del governo Draghi-Speranza con l’appoggio di Lega e Forza Italia potrebbero non esserci più.

Riaprire dopo un lungo stop non è come accendere l’interruttore della luce: contabilità, burocrazia e rapporti con i dipendenti restano un problema nel problema. E nei decreti di Draghi non ci sono facilitazioni per rimettersi in moto. Ci sono invece coprifuoco più o meno ballerini dove si esercitano imprudenti attori: la Lega che raccoglie firme contro il lockdown e la Gelmini che interpreta la norma con l’immediata smentita del Viminale. Se Salvini vuole togliere il lockdown non ha bisogno di raccogliere le firme: è nel governo con ministri molto sodali di Draghi; uno si chiama Giorgetti per esempio. L’escalation di manifestazioni di protesta (anche ieri quella dello scoprifuoco) non è soltanto una spia rossa accesa sul lunotto del governo, quanto l’evidenza plastica di una distanza tra società e centri decisionali. Pensare di sedare tale insofferenza schierando le forze dell’ordine o della polizia locale, tra multe e cordoni di pubblica sicurezza, è un errore madornale che il ministro Lamorgese sta già commettendo.

Agli occhi degli italiani la verità delle cose è chiara, palese; la profonda diversità di trattamento tra privilegiati che hanno avuto risarcimenti (i 400 milioni di ristori garantiti ai soci di Atlantia nella trattativa su Aspi è solo l’ultimo scandalo) contro gli invisibili dei Codici Ateco passa di chat in chat bypassando quello che i telegiornali non dicono. Nella festa della Liberazione sentir parlare di multe per aver violato il coprifuoco è stato imbarazzante; ancor più se in quelle piazze si levava il grido di Li-ber-tà Li-ber-tà. Ieri chi si è preso un pizzico di libertà è stato sanzionato dallo stesso governo della retorica antifascista.

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“Mai più chiusi in zona rossa!”