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La Russia cresce più della Cina: i numeri spiegano perché Mosca è più forte delle sanzioni europee

Mentre il mondo occidentale continua a gonfiare il petto, sostenendo che le sanzioni adottate nei confronti di Vladimir Putin finiranno inevitabilmente per mettere la Russia in ginocchio e fermare così la guerra in Ucraina, continua a farsi largo tra gli analisti una lettura di senso pressoché opposto e per nulla rasserenante agli occhi dei nostri cittadini. Sì perché mentre il nostro governo ha già delineato un futuro fatto di sacrifici per far fronte al taglio delle materie prime importate da Mosca, proprio la Russia non sembra affatto risentire degli effetti delle misure adottate dagli Stati Ue. Per capirlo basta guardare gli indicatori economici.

Come spiegato da Elena Dal Maso sulle pagine di Milano Finanza, infatti, l’economia russa continua in questi giorni a recuperare terreno, nonostante le sanzioni, grazie alla vendita all’estero di gas e petrolio. L’indice S&P Global Manufacturing Pmi del Paese è così aumentato a 48,2 nel corso del mese di aprile, rispetto al 44,1 fatto registrare a marzo. Un livello superiore a quello, invece, della Cina, che si trova al momento ferma a 46, il minimo degli ultimi mesi, dopo la decisione del governo di applicare il lockdown a decine di città per contrastare il ritorno del Covid.

Un passo avanti, dunque, dopo la contrazione dell’attività industriale fatta registrare dalla Russia nei mesi scorsi, appesantita da cali nel livello di produzione e nell’acquisto di scorte. Nei giorni scorsi la Banca di Mosca ha detto di aspettarsi un calo del Pil nel Paese compreso tra l’8 e il 10% nel corso del 2022, una previsione in linea con quella fatta dal Fondo Monetario Internazionale: “Il deterioramento generale della salute del settore è stato determinato da ulteriori cali nella produzione, dei nuovi ordini, nell’occupazione e nelle scorte di acquisti, con i tempi di consegna dei fornitori notevolmente allungati”.

Il Paese fra l’altro ha evitato nelle scorse ore un evento di default sul proprio debito, dopo che i pagamenti scaduti un mese fa su due dei suoi eurobond sovrani sono stati accreditati nei conti correnti dei creditori. Il denaro è arrivato nonostante gli Stati Uniti abbiano nel frattempo proibito alla banca corrispondente, JP Morgan, di trasferire le somme ai detentori di bond, cercando così di forzare un fallimento tecnico.

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