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I 5 Stelle e l’illusione di poter “cambiare l’Europa da dentro”…

di Thomas Fazi.

Duole constatare che anche gli esponenti più intelligenti del MoVimento 5 Stelle sono ancora saldamente radicati nel paradigma fallimentare e senza speranza dell’altreuropeismo. Ne sono una dimostrazione le proposte economiche avanzata dalla frangia “dibattistiana” per gli Stati generali del M5S, che vedono al primo punto la trasformazione della BCE in una “vera” banca centrale. 

A questo punto è probabilmente inutile reiterare il fatto che la BCE non diventerà mai una “vera” banca centrale nella misura in cui questo implicherebbe una sua subordinazione ad un vero “Stato federale europeo”, la cui nascita, oltre ad essere inauspicabile – in quanto implicherebbe, nella migliore delle ipotesi, una “democrazia sovranazionale” a bassissima intensità politica, data l’assenza di un demos europeo che possa fungere da soggetto politico della democrazia in questione –, è del tutto irrealizzabile sul piano pratico, per il suddetto motivo, oltre che per la palese incompatibilità dei modelli economici (ma non solo: anche sociali, istituzionali ecc.) che caratterizzano l’arcipelago europeo. 

Come notava Limes qualche tempo fa, «“realizzazioni concrete” (l’unione monetaria) non hanno prodotto, né potranno mai produrre, “una solidarietà di fatto” (l’unione politica) per il semplice motivo che, come scriveva Fichte nei Discorsi alla nazione tedesca, i “legami invisibili” che tengono insieme una nazione, di cui la solidarietà è massima espressione, non sono il prodotto, ma il presupposto di una Shicksalgemeinschaft (“comunità di destino”). Un presupposto – questo – chiaramente assente dal dramma politico europeo, ma il cui fantasma, come nell’Amleto, continua a plasmare i vani calcoli politici della classe dirigente italiana, protagonista inconsapevole dell’epilogo finale di una tragedia che era inscritta nelle premesse dell’unione monetaria».  

Il problema, scrive il germanista Angelo Bolaffi, «non consiste solo nei differenziali delle singole economie nazionali ma in primo luogo nelle differenze delle rappresentazioni politiche e delle “visioni della vita e del mondo” delle nazioni europee che appaiono ancora troppo differenti se non addirittura tra loro contraddittorie per sperare di poterle semplicisticamente riportare ad un comun denominatore mediante un “colpo di genio costituzionale”».

Perché si fa così fatica a prendere atto di questa banale verità? Perché si insiste sulla via di un federalismo europeo che, oltre ad essere irrealizzabile, i popoli europei hanno ampiamente dimostrato di non volere? 

Ma soprattutto, perché si vive questo fatto come un trauma costantemente rimosso invece di comprendere che la ricchezza del nostro continente, come argomenta sempre Bolaffi, consiste proprio in «quel patrimonio costituito dalla pluralità culturale e linguistica che fa dell’Europa un vero e proprio arcipelago di civiltà e di storie, di popoli e di territori». 

Che proprio per questo «va rivendicato il diritto alla diversità e alla differenza a cominciare dalla difesa del plurilinguismo … fino alla valorizzazione delle esistenti e rilevanti differenze culturali e di mentalità».

E che dunque «l’Europa è e dovrà dunque restare sempre una realtà plurale refrattaria a ogni omologazione identitaria: ex pluribus plures». Il che significa rigettare con forza qualunque ipotesi “federale” e anzi auspicare quanto prima un ritorno alle singole sovranità nazionali, come premessa per una reale cooperazione europea tra Stati indipendenti. 

Il che porta ad una semplice conclusione: l’Italia una “vera” banca centrale potrà (ri)avercela solo se recupera la propria sovranità monetaria, riportando così la politica monetaria all’interno dell’unico perimetro democratico possibile: quello dello Stato nazionale. 

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